Acqua in borraccia e tanto vetro: il movimento anti-plastica vive così



NEW YORK – Quando una causa nobile arruola “The Dude” del Big Lebowski, l’attenzione dei media americani è assicurata. Il New York Times rende omaggio a Jeff Bridges come uno dei paladini del nuovo stile di vita: Life Without Plastic. Ma dietro le celebrity c’è un’armata di cittadini consumatori che si stanno mobilitando per questa campagna. Lo shock dei video che ci descrivono le gigantesche “isole di rifiuti” in viaggio negli oceani, le immagini di delfini o uccelli soffocati dai sacchetti della spesa, i 300 milioni di tonnellate di plastica che rovesciamo ogni anno nelle discariche o nei fiumi: l’allarme sta provocando una rivolta diffusa. Dalla East Coast alla California si moltiplicano le città americane che hanno messo fuori legge i sacchetti di plastica nei supermercati; ma questo è solo un inizio ed è troppo poco. La plastica è ancora ubiqua, onnipresente nella vita quotidiana del consumatore. Finché non si ribella. E finché produttori industriali e grande distribuzione non capiscono che il nuovo trend valoriale può diventare un business.


Acqua in borraccia e tanto vetro: il movimento anti-plastica vive così

Tra i pionieri ci fu il negozio canadese (Wakefield Québec) che già 13 anni fa volle battezzarsi Life Without Plastic. Oppure, in Italia, la campagna vincente di Marevivo per la messa al bando delle microplastiche che uccidono i mari. Ora la tendenza sta diventando di massa, come sostiene la reporter di San Francisco Susan Freinkel, autrice di “Plastic, a Toxic Love Story”. Ne ho prove ravvicinate: mia figlia Costanza, californiana, non esce mai di casa senza la sua bottiglia di metallo in cui si fa versare il cappuccino o l’acqua minerale, perché a Santa Cruz e su tutta la West Coast farsi vedere in giro con una bottiglia di plastica è peggio che fumare una Marlboro in pubblico.

Qui nella Grande Mela abbiamo negozi specializzati per “plasticofobi”: oltre alle bottiglie del riuso in silicone, a Brooklyn vendono perfino i raccoglitori di feci canine in carta, e il New York Times annuncia “vibratori biodegradabili” (confesso che non li ho visti; non ancora). Nel novero delle grandi aziende due giganti dei prodotti di consumo come Pepsi e Procter&Gamble tornano all’antico con le bottiglie di vetro riciclabili per gazzose e succhi di frutta; perfino per gli shampoo e detergenti spuntano i contenitori in vetro che possono essere riempiti nuovamente dal rivenditore quando il prodotto è finito. Arruolare la cooperazione della grande industria in questo campo è indispensabile, vista la diffusione spaventosa che negli ultimi 50 anni ha portato la plastica ad avvolgere tutto ciò che compriamo, maneggiamo, poi buttiamo.

È ancora l’inchiesta del Times sul movimento anti-plastica a elencare le nuove regole di vita a cui possiamo abituarci. La prima è già popolare, si tratta di prendersi sempre la propria borsa riusabile prima di uscire per fare la spesa. Lo stesso accorgimento si può adottare anche in viaggio. La seconda non è difficile: per frutta verdura e altri prodotti freschi, privilegiare i mercatini rionali (“farmers’ markets” nella versione americana) oppure i reparti dei supermercati dove ortaggi e insalate sono sfusi, in modo da evitare le confezioni in busta.

Poi c’è la conversione al mercato dell’usato: nei casi in cui la plastica sia tuttora ineliminabile, comprando di seconda mano si evita la proliferazione. Anche nell’abbigliamento si possono fare scelte drastiche: solo tessuti naturali, cotone lana lino; basta con le fibre sintetiche. È un ritorno all’antico non necessariamente riservato ai benestanti. Con un po’ di coraggio, di fantasia, e spirito di osservazione, attorno a noi possiamo scovare tante plastiche di cui fare a meno. Per sempre.




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