Afghanistan, oppressa dai Taliban, la minoranza Hazara di origine mongola è l’obiettivo degli attentati dell’IS



KABUL – Alla moschea di Nabi Akram, nel distretto 6, le file per votare sono lunghe. Il primo giorno di elezioni il seggio era rimasto chiuso, la gente del rione Hazara ha protestato con energia e ora aspetta il suo turno per scegliere il proprio candidato. Chi ha votato si fa da parte, sdraiandosi sui tappeti ai lati del locale. Chi non ha votato aspetta, qualcuno arriva persino a litigare per il posto nella coda. Della promessa di attentati su chi partecipava al voto, i discendenti di Genghis Khan non si sono preoccupati: “Gli Hazara sono coraggiosi, nessuno ha preso in considerazione le minacce, anche se i Taliban nei giorni scorsi hanno fatto saltare in aria il posto di polizia del quartiere”, dice Haji Hussein Hamdard, giovanissimo osservatore elettorale. Nella sala destinata al voto delle donne, Fatma sembra emozionatissima: “Speriamo molto in questo voto. Vorremmo un Parlamento in grado di darci posti di lavoro, ma soprattutto sicurezza”.

La ferocia dell’ala afgana del gruppo di Abubakr al Baghdadi. Oppressa dai Taliban in passato, la minoranza di origine mongola è diventata adesso l’obiettivo principale degli attentati a firma dello Stato Islamico-Khorasan. L’ala afgana del gruppo di Abubakr al Baghdadi usa la ferocia predicata dai suoi teorici. Ma al di là dell’odio per il credo sciita, considerato “apostasia”, l’Isis-K ha rivolto la sua rabbia contro gli Hazara anche perché già dal 2014 diverse brigate di sciiti afgani – la divisione Fatemiyoun – combattono in Siria a fianco dei libanesi di Hezbollah contro lo Stato Islamico.

Nel 2015 un’ondata di sequestri e decapitazioni. Lo scorso agosto un terrorista suicida si è fatto saltare in aria fra i giovani che preparavano l’esame di ammissione per l’università, uccidendone una sessantina. Nel luglio 2016, oltre ottanta Hazara erano rimasti uccisi durante una manifestazione di protesta per l’esclusione della provincia di Bamiyan dai progetti energetici del governo: era il primo grande attentato rivendicato dall’Isis-K, con due terroristi suicidi. Nel 2015 la minoranza è stata colpita con un’ondata di sequestri e decapitazioni, causando proteste durissime per la mancanza di misure di protezione. Nel 2011 due attacchi congiunti a Kabul e Mazar-i-Sharif durante la festa dell’Ashura avevano preteso oltre 80 vite.

Una persecuzione che dura da sempre. Ma la vicenda degli Hazara è una storia di persecuzione che dura da sempre: la loro regione – l’Hazarajat, che in parte corrisponde alla provincia di Bamiyan – è arroccata fra le montagne nel cuore dell’Afghanistan. Questo fatto favorisce l’esclusione della regione dai progetti governativi. Allo stesso tempo, in un Paese con poche risorse naturali ma con enormi potenzialità “di posizione”, come già era chiaro nel XIX secolo ai tempi del “Grande gioco” fra russi e britannici, la  collocazione dell’area rimasta in mano agli Hazara ne protegge gli abitanti, almeno in parte, dai piani di “pulizia etnica” della maggioranza pashtun.

I superstiti venduti come schiavi. Già alla fine dell’Ottocento, dopo aver accettato la pace con gli inglesi attraverso il Trattato di Gandamack, l’emiro Abdur Rahman ebbe via libera per reprimere nel sangue la ribellione dell’Hazarajat. Le cronache dell’epoca raccontano di “torri di teste umane” che dovevano “servire come monito”. I superstiti furono venduti come schiavi o costretti alla fuga verso Quetta, nel Baluchistan, (oggi Pakistan), o verso l’Iran, mentre le migliori terre di pascolo venivano tolte ai locali per essere concesse ai pastori pashtun. La posizione di inferiorità degli Hazara è stata sancita ufficialmente fino agli anni ’70, con una legge che impediva alle persone di questa etnia di assumere cariche nazionali importanti.

Un pregiudizio sociale che resta. Ma anche dopo la cancellazione della norma discriminatoria, il pregiudizio sociale resta, nonostante la presenza di alti funzionari Hazara anche nel governo di Hamid Karzai, in tempi recenti. L’attuale presidente, Ashraf Ghani, sembra però poco preoccupato della protezione degli sciiti. Così in questi ultimi anni gli Hazara hanno deciso di cercare aiuto altrove. Con il sostegno economico – ma forse anche la consulenza militare – dell’Iran, hanno creato milizie di difesa popolare, non dissimili dal modello iracheno. Al seggio elettorale sulla Darul Aman road, il fuoristrada della polizia sorveglia il viale e impedisce alle auto di parcheggiare troppo vicino. Sul tetto dell’edificio, fra i sacchetti di sabbia, un giovane con gli occhi a mandorla e un kalashnikov in braccio controlla dall’alto. Accanto a lui non c’è il tricolore afgano, ma le bandiere rosse e verdi che inneggiano all’imam Ali, successore del profeta.
 


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Mario Calabresi
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