Alla conferenza Onu sul clima lo scontro è su regole e finanziamenti. E si slitta a sabato


MOLTI hanno considerata la Cop24 di Katowice, in Polonia, una conferenza minore perché in gioco non ci sono obiettivi ad effetto. Non ci possono essere perché quegli obiettivi già si conoscono. Gli scienziati li hanno ribaditi con pazienza per anni e l’Onu li ha accolti nel 2015, con un impegno solenne sottoscritto dai governi di tutto il mondo: evitare la catastrofe climatica mantenendo l’aumento della temperatura entro la soglia di 1,5-2 gradi rispetto all’era preindustriale. Ora però si tratta di tradurre le parole in azioni e quindi produrre norme coerenti. Questa è la posta in gioco a Katowice. Stabilire come effettuare i controlli sugli impegni volontariamente sottoscritti dai governi; come trovare un linguaggio statistico comune tra i vari Paesi per rendere i numeri seri; come mettere sul tappeto i 100 miliardi di euro l’anno per la transizione ecologica concordati tre anni fa a Parigi.
 

Proprio perché la discussione non è formale ma investe il cuore dell’economia e mette fuori gioco chi resta con la testa nel ventesimo secolo l’accordo non si chiuderà nei tempi stabiliti. La conferenza doveva finire nella serata di oggi. Invece si prevede uno slittamento di 24-36 ore. Quello necessario a provare a raggiungere in extremis un’intesa che permetta ai leader di tornare a casa senza dover dire che hanno svenduto i diritti e la salute dei figli per provare a raccogliere più voti tra chi si sente sconfitto dal futuro. 

Quello scenario futuro  – che potrebbe ancora essere cambiato premiando i comportamenti virtuosi – è stato ben descritto dall’ultimo rapporto dall’Ipcc, il gruppo dei climatologi Onu. Lo studio dice a chiare lettere che se non si tagliano in tempi rapidi le emissioni di anidride carbonica prodotte dai combustibili fossili e dalla deforestazione il mondo diventerà un posto meno vivibile e intere aree diventeranno inabitabili. Ma Stati Uniti, Russia, Arabia saudita e Kuwait hanno rifiutato di accogliere a pieno titolo quell’analisi nelle conclusioni della conferenza (hanno scelto di limitarsi a “prendere atto” del rapporto). 

La reazione non si è fatta attendere. I governi delle piccole isole, le prime a essere spazzate via dall’innalzamento degli oceani, hanno replicato che la loro sopravvivenza non è negoziabile. E accanto all’Europa, da sempre in prima linea sul fronte della battaglia al caos climatico, si è schierata Pechino. La Cina è “uno dei pochi Paesi a rispettare gli impegni presi a Parigi”, ha dichiarato l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore intervenendo alla Cop24. Al Gore ha ricordato che la Cina è “leader globale nel finanziamento delle energie pulite” (40 miliardi di dollari in tutto il mondo) e rappresenta da sola il 60% della produzione mondiale di celle solari. Che nel 2017 l’intensità di carbonio del Paese (il quantitativo di carbonio emesso per unità di energia consumata) è diminuita del 46% rispetto ai livelli del 2005, raggiungendo in anticipo l’obiettivo fissato al 2020. E che la Cina è diventata anche il più grande mercato al mondo per i veicoli green (i cosiddetti NEV, Neighborhood Electric Vehicles) con circa 777.000 vetture vendute nel 2017. 

Certo, anche il fronte dei Paesi che si battono per frenare la crescita della temperatura finora non ha assunto impegni sufficienti: “Nessun governo sta facendo abbastanza per combattere il cambiamento climatico”, ha ricordato a Katowice Hans Dachim Schellnhuber, fondatore del Potsdam Institute for Climate Impact Research. 

“A livello globale gli investimenti nelle fonti rinnovabili vanno almeno triplicati”, ha aggiunto Giuseppe Onufrio, di Greenpeace. “Ma la transizione verso un modello energetico basato al 100 per 100 sull’energia pulita porterebbe benefici occupazionali netti pari a 12 milioni di posti di lavoro”.


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Mario Calabresi
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