Amiamo la musica. Per questo siamo umani


Non fate ascoltare Mozart a una scimmia. Se proprio volete mettergli un disco, sappiate che preferisce il suono della puntina che gratta. E se vi sembra strano che uno scienziato infili un macaco nella risonanza magnetica per vedere Mozart (o la puntina) che effetto gli fa, sappiate che alla Columbia University hanno svolto un esperimento decisivo. Facendo ascoltare musica a uomini e scimmie – suggeriscono i neuroscienziati – si può risalire infatti al segreto di ciò che ci rende umani.
 
La musica, è una delle possibili risposte. Due degli autori dell’esperimento ci avevano anche scommesso su. Per Bevil Conway, neuroscienziato americano dei National Institutes of Health e artista, specializzato nella percezione del colore da parte del cervello, non si sarebbe notato proprio nulla, mettendo Mozart ai macachi. Il sistema visivo delle scimmie è molto simile al nostro. Vediamo il mondo allo stesso modo. Perché non dovremmo anche ascoltarlo in maniera simile?
 
Sam Norman-Haignere, oltre che neuroscienziato alla Columbia, è anche un appassionato musicista. Lui era sicuro che di fronte a un brano musicale la reazione sarebbe stata diversa. E scommise che questa differenza sarebbe apparsa nitidamente nel cervello delle scimmie. Oggi la vittoria è andata a lui. Ma entrambi i colleghi possono festeggiare la pubblicazione di un importante articolo sulla rivista Nature Neuroscience.
 
La questione ruota attorno al concetto di intonazione o melodia. Le parole sussurrate non ne hanno per nulla. Una canzone si situa all’estremo opposto. In mezzo c’è il nostro normale modo di parlare, che può essere più o meno intonato a seconda delle circostanze. Anche i macachi ai loro richiami possono aggiungere piccole dosi di musicalità. Ma questo avviene probabilmente per caso, non perché risultino più graditi. Quando si va a osservare la reazione del cervello con la risonanza magnetica, infatti, le scimmie dimostrano di non fare differenza fra suoni sgraziati o melodiosi. Semmai, hanno una leggera preferenza per i richiami privi di intonazione. Nell’uomo, al contrario, più il suono si avvicina alla musica, più attiva in modo esteso la corteccia uditiva, che si trova all’altezza delle tempie. “Questo suggerisce che l’apprezzamento per la melodia ha forse modellato la struttura del cervello umano” spiega Conway.
 
Uomini e macachi, nel cammino dell’evoluzione, si sono salutati circa 25 milioni di anni fa. Il primo strumento musicale mai ritrovato dagli archeologi è un flauto d’osso di 35mila anni. La prima domanda che si fecero i suoi scopritori è perché mai un primitivo che viveva in una grotta al freddo e al buio sentisse il bisogno di suonare. La risposta ce la danno oggi i macachi che non amano Mozart. Forse musica e parola, insieme, fanno parte da sempre del nostro modo di essere umani.
 

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