Api, regine della biodiversità. “Salviamole da pesticidi e cambiamenti climatici”


PROVATE a immaginare un pranzo all’aria aperta senza frutta e verdura sul tavolo, a fine pasto niente caffè né dolce a base di cioccolato. Intorno a voi un terreno secco, senza fiori, al massimo un ciuffo d’erba qua e là. Uno scenario apocalittico ma che rende bene l’idea di quanto sia importante, anche per gli esseri umani, l’operosità delle api. Un’attività che i cambiamenti climatici, l’utilizzo di pesticidi e la diminuzione dei prati in favore delle monocolture stanno mettendo in pericolo. Per tutti questi motivi il 20 maggio è il World Bee Day, la Giornata mondiale delle api istituita dalle Nazioni Unite per spingere industrie e governi a mettere in atto politiche agricole sostenibili e a proteggere l’habitat e la funzione dell’insetto produttore di miele, pappa reale e cera. Ma non solo. “L’ape svolge un servizio ecosistemico fondamentale. Oltre ad essere il principale impollinatore di fiori e alberi – spiega Ignazio Floris, professore di Entomologia generale applicata all’Università di Sassari e responsabile del gruppo di lavoro sulle api della Società Entomologica Italiana – è essenziale per la conservazione delle specie delle piante e per l’agricoltura. Per fare arrivare in tutto il mondo le mandorle della California, ad esempio, vengono curate ogni anno due milioni di arnie”.

Sul nostro pianeta tre piante su quattro che danno frutti commestibili dipendono completamente, o in parte, dall’impollinazione. Secondo i dati della Fao il 35% delle superfici agricole del mondo deve la propria fertilità agli impollinatori: api, uccelli, farfalle, pipistrelli, oltre al vento e all’acqua. Mettere al sicuro la loro vita significa garantire la biodiversità delle piante. In Italia, per temperatura e vegetazione, l’ape è molto diffusa: ci sono 1,2 milioni di arnie, ognuna con una media di 50mila api, tutte agli ordini della Regina. Sessanta miliardi di insetti gialli e neri in cui le 24mila sottospecie presenti in natura sono quasi tutte rappresentate. Ma rischiano, a causa della siccità e del clima impazzito, di diminuire e perdere efficacia nel loro prezioso lavoro, come denunciato anche dalla Coldiretti che, per quest’anno, parla di un raccolto del miele praticamente azzerato.

I pericoli della siccità e degli sbalzi di temperatura

Il riscaldamento globale e il clima impazzito mettono a rischio l’impollinazione delle api, con conseguenze disastrose per la produzione del miele. Il problema non è soltanto il decesso di alcuni esemplari: molti vengono disorientati dai cambiamenti esterni ed è come se si perdessero per strada. “In Italia nessuna zona è esclusa – spiega Claudio Cauda, presidente degli Apicoltori professionisti italiani (Aapi) -. Al Sud e in Sardegna la siccità minaccia i prati, limitando così le aree su cui volano le api. Al Nord, soprattutto in Piemonte e Lombardia, tra i maggiori produttori di miele d’acacia per la massiccia presenza di questi alberi, la produzione di miele viene invece messa in discussione da fenomeni atmosferici repentini e dannosi”.  

Agricoltura, i danni delle monocolture

Le modifiche che subisce il suolo dipendono in parte anche dall’uomo. Per l’agricoltura intensiva e per le monocolture le api sono vitali, ma allo stesso tempo ne mettono a rischio l’esistenza. “Questi insetti impollinatori – spiega Floris – permettono a susine, albicocche, ciliegie, mandorle e molti altri frutti di arrivare nelle nostre tavole. Ma per farlo nelle grandi coltivazioni ci si serve di apicoltori e arnie perché nei terreni a monocoltura intensiva le api selvatiche non vanno spontaneamente a proliferare”. E l’avanzamento dei campi provoca lo spopolamento degli alveari anche in Italia: “Un nuovo pericolo nel nostro Paese – precisa Cauda – è dato dalla crescita delle piantagioni di nocciolo, un albero che non dà nettare e che viene protetto facendo uso di diserbanti”.

I pesticidi e le regole dell’Unione europea

A mettere a repentaglio il lavoro e la vita delle api, però, sono anche i pesticidi e gli antiparassitari che vengono utilizzati in agricoltura. Sia gli studiosi che gli addetti ai lavori sono concordi sul fatto che, rispetto al passato, sia cresciuta nelle grandi aziende la sensibilità verso l’utilizzo di prodotti meno nocivi, ma si è ancora lontani dalla diffusione capillare di sostanze che rispettino a pieno gli ecosistemi. “Con i prodotti utilizzati in passato si assisteva a veri e propri stermini di api che, dopo il trattamento dato alle piante, morivano sul colpo. I pesticidi usati in gran parte oggi non sono letali, ma hanno un effetto subletale. Gli insetti – chiarisce Floris – entrano in contatto con le sostanze rilasciate dalle piante o che trovano nell’acqua e vengono disorientati, perdendo di vista il rapporto con il fiore”.

Dallo scorso anno la Commissione europea ha vietato l’utilizzo di tre neonicotinoidi, l’Imidacloprid e il Clothianidin della Bayer e il Tiamethoxam della Syngenta, che l’Italia aveva messo al bando già nel 2008. Un provvedimento arrivato dopo un altolà parziale nel 2013 e gli studi dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa). “È stata una grande vittoria ma non basta – ammonisce Francesco Panella, presidente di Bee Life, associazione europea apistica e agricola che ne raccoglie 17 nazionali –. Bisogna cambiare le modalità di autorizzazione delle molecole. Noi facciamo sempre pressione sulla Commissione europea, ma stavolta l’Ue non c’entra. Sono i singoli Paesi membri ad aver impedito, fino ad ora, l’attuazione di regole che tutelino gli impollinatori e di misure precauzionali”. Un altro fronte, poi, è quello del glifosato, al centro del dibattito per i suoi effetti cancerogeni. Lo scorso anno uno studio dell’Università del Texas ha dimostrato il suo impatto nocivo sulle api. “Questi insetti – conclude Panella – sono la punta dell’iceberg del declino delle fondamenta della vita. La loro diminuzione emoziona meno di quella di orsi polari e koala, ma senza di loro il ciclo vitale di piante e fiori salta”.

In Italia 40mila apicoltori, centinaia i giovani

Nel nostro Paese ci sono 40mila apicoltori, la metà di loro sono professionisti, e si prendono cura di 1,2 milioni di arnie. Di queste, 800mila sono adibite alla produzione del miele che si trova in commercio. E la sorpresa è che molti ragazzi stanno imparando a lavorare con le api. “Negli ultimi anni centinaia di giovani sono diventati apicoltori – racconta Cauda – e si sono affacciati a questo modo con un livello di conoscenza più o meno alto. Oltre alla bellezza del lavoro, la produzione di miele attira anche a livello economico. A differenza del vino, ad esempio, che inizia a rendere dopo 3-4 anni dall’investimento iniziale, l’apicoltura dà profitti subito ed ha costi minori”. Per produrre un chilo di miele le api devono raccogliere il nettare di 4 milioni di fiori e percorrere una distanza che corrisponde a 4 volte il giro della Terra. In Italia il più venduto è il Millefiori, seguito da quello di acacia.

“Miele cinese, chiediamo allo Stato più controlli”

Grazie alla collaborazione tra gli apicoltori e l’Unaapi, l’associazione che raccoglie molte categorie sparse su tutto il territorio, l’Italia è pioniera su nuove pratiche e tecnologie che vengono spesso riprese dagli altri Paesi occidentali. Anche dalla Slovenia, in prima fila per l’istituzione del World Bee Day in quanto terra che ha dato i natali a Anton Janša, che nel XVIII secolo ha aperto la strada all’apicoltura moderna. Ma il pericolo arriva da Oriente, precisamente dalla Cina: “Assistiamo con rammarico all’arrivo nei nostri supermercati di miele che non è comunitario – denuncia Cauda – e da tempo chiediamo una maggiore attenzione allo Stato. Non siamo neanche certi che quello che arriva dalla Cina sia davvero miele”. I consumatori hanno però un’arma a disposizione: “È importantissimo leggere bene l’etichetta e assicurarsi che quello che si sta per acquistare sia miele italiano o raccolto in Italia. Il nostro Paese ha tradotto bene la normativa europea sull’etichettatura, quindi con un po’ d’attenzione non si cade in trappola”. 

Sorpresa: le api amano le città (che possono salvarle)

L’apicoltura urbana è in espansione. A Parigi le arnie si trovano sui tetti dei palazzi e, addirittura, all’interno di alcuni edifici pubblici. E anche in Italia ci si sta attrezzando. Le città, può sembrare paradossale, possono mettere in salvo l’insetto impollinatore per eccellenza. “Può apparire un controsenso, ma le api nei giardini pubblici e nelle aree verdi delle metropoli – spiega Floris – trovano ecosistemi migliori che in alcune zone di campagna perché l’uso dei pesticidi è vietato”. E un ruolo fondamentale lo giocano i fiori sui balconi, sui davanzali e al centro delle aiuole. “I vasi che teniamo in casa, generalmente appartenenti alla grande famiglia delle angiosperme, vengono curati bene e senza sostanze tossiche. La loro funzione attrattiva ha effetto sulle api anche se i petali sono di piccole dimensioni. L’importante è che siano molto colorati, più appariscenti sono e più l’ape è invogliata a impollinare”.

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