Atletica, l’ultimo assalto della Iaaf al testosterone della Semenya


ROMA – Stremata dopo nove anni di confusione, spesso da essa stessa provocata, come annunciato nell’aprile dello scorso anno la Iaaf si è nuovamente appellata al Tas di Losanna per contrastare o meglio debellare l’egemonia “sospetta” ma ancora incontenibile delle cosiddette “DSD athletes”, ossia delle ragazze dell’atletica, in particolar modo del mezzofondo veloce, che presentano valori di testosterone fuori dalla norma, anche se di natura endogena (si chiama “iperandroginismo”). La prossima settimana il tribunale dello sport deciderà per quella che sembrerebbe essere l’ultima tappa di una strana, angosciante ma certi versi inevitabile via crucis tra natura e agonismo: “Se il Tas dovesse darci torto”, ammettono alla Iaaf, “si aprirebbe un vulnus definitivo e ciò sancirebbe una tremenda sconfitta per tutte le atlete con normali valori di testosterone nel sangue”.

Proviamo a spiegare. Per legge, in teoria, almeno secondo i piani di sviluppo della federatletica internazionale presieduta da Lord Sebastian Coe, “tutte le atlete con valori superiori testosterone superiori a 5 nanomoli per litro di sangue non potranno più essere considerate eleggibili per le nostre manifestazioni”. In pratica tutte le manifestazioni di punta dell’atletica mondiale, Olimpiadi incluse. Questo adeguamento della carta federale potrebbe, per esempio, cancellare idealmente il podio degli 800 femminili dei Giochi di Rio, occupato dalle “iperandrogine” Semenya, Nyonsaba e Wambui. Per il presidente Coe questa storia del testosterone “congenito” in certe atlete stava diventando un incubo.

Nel 2009 la “diversità” della Semenya sconvolse i campi, i cronometri, le opinioni e fatto chiaramente capire che al termine dei Mondiali di Berlino, dove la sudafricana esplose, la federazione era totalmente impreparata ad affrontare i casi di “DSD”, di donne con diverso sviluppo sessuale: “Non parliamo di imbroglione, ma di ragazze che traggono vantaggi dalla loro situazione ormonale”. Nel 2011 la Iaaf s’inventò la regola dei 10 nanomoli. Nel frattempo la Semenya iniziò ad assumere farmaci per abbassare il proprio testosterone e quel che ne conseguì fu che ad alzarsi furono i suoi tempi in gara. Non era una coincidenza: “Un’ottocentista può migliorare anche di sette secondi perché il testosterone agisce sull’aumento della massa magra attiva, sulle capacità polmonari e sulla memoria delle fibre muscolari”, spiegava la ricerca dello scorso anno di Alison Heather, fisiologa della Otago University (i neozelandesi sono alle prese con problemi analoghi nel sollevamento pesi).

Nel 2015 un ricorso al Tas della modesta velocista indiana Chand, iperandrogina, venne accolto dal tribunale di Losana che sospese per due anni la regola dei “10 nanomoli”, lasciando libero il campo sino alla fine del 2017. E i tempi della Semenya tornarono a scendere. Neppure questa era una coincidenza. Pare che solo per evitare il contraccolpo
mediatico (negativo) la ragazza sudafricana non abbia ritoccato il record degli 800, alla sua portata (il 1’53″28 della ceca (cecoslovacca) Kratochvilova, corso nel 1983, il più vecchio record di pista del mondo). “Tutte le atlete che non vorranno adeguarsi ai nuovi parametri potranno gareggiare fra i maschi o nelle future categorie intersex”, prosegue la Iaaf con una vena quasi provocatoria. E’ bene chiarire: un’atleta che non abbia un tumore non supera i 3.08 nanomoli. Il maschio può arrivare ad averne 22. La Semenya twittò sdegnata: “Sono sicura al 97% che non vi piaccio, ma sono sicura al 100% che non me ne frega niente”. E il suo avvocato: “E’ indubbiamente una donna”.

Dalla settimana prossima tuttavia qualcosa, si teme, “dovrà pure importargliene”. La Iaaf va dritta per difendere ciò che appare umanamente discutibile ma di logica (forse) giusto: “Non stiamo dando dell’uomo a queste ragazze”, si difendono. E hanno anche l’Onu contro: “Quelle regole sono una violazione dei diritti umani”. Ma dei diritti di chi rispetta il testosterone chi li tutela?




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