Bangladesh, i profughi Rohingya “sono a rischio radicalizzazione islamica”


DHAKA (AsiaNews/Agenzie) – I rifugiati Rohingya sono corteggiati da gruppi islamisti del Medio Oriente e dell’Asia del Sud: la dinamica rischia di trasformare gli affollatissimi campi per profughi al confine tra Bangladesh e Myanmar in un nuovo vortice di instabilità regionale. È l’allarme lanciato dalle organizzazioni umanitarie che operano in Bangladesh e da alcuni analisti, tra cui Bertil Lintner. L’editorialista svedese – come si apprende da Asianews – sottolinea che la radicalizzazione della minoranza etnica Rohingya, cominciata alla fine degli anni ’70, trova terreno fertile in una popolazione di profughi permanente. Il territorio è così esposto a possibili nuovi attacchi transfrontalieri dei militanti dell’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), che nell’agosto 2017 hanno provocato la violenta offensiva dell’esercito del Myanmar nelle aree dello Stato di Rakhine abitate dai Rohingya.

L’Arakan gruppo armato in risposta ai lager dei profughi. L’Arakan L’Arsa è apparso per la prima volta nell’ottobre di due anni fa, quando vennero attaccati tre postazioni di polizia a Maungdaw e Rathedaung. In quell’occasione vennero uccisi 9 agenti. Secondo alcuni analisti, l’Arakan  non si può annoverare nell’ambito dei veri e propri gruppi terroristici, che punta all’attacco nel cuore del Myanmar, ma appaiono più come gente disperata (e armata) con l’unico intento di difendersi e proteggere i Rohingya costretti a vivere in veri e propri lager che ricordano quelli nazisti. Le autorità del Myanmar, dal canto loro, giudicano tutto questo come un fenomeno “terrorista” guidato da un gruppo armato che ha l’obiettivo di imporre il dominio islamico. Accusa, questa, che contrasterebbe con il fatto che l’Arsa non risulterebbe affiliata né ad Al Qaeda, né al cosiddetto stato islamico (IS).

L’ispirazione saudita. Conosciuto dai locali come Harakah al-Yaqin (Movimento della Fede), al momento è l’Arsa la principale organizzazione militare Rohingya. Essa affonda le sue radici negli ambienti radicali di Karachi, in Pakistan. Nelle periferie disagiate di questa città vivono, senza diritti di cittadinanza, centinaia di migliaia di Rohingya (prima, seconda e terza generazione). Dediti ad attività illegali, alcuni di loro hanno combattuto in Afghanistan. Il leader dell’Arsa, Ataullah abu Ammar Junjuni (conosciuto anche come Hafiz Tohar), è nato a Karachi ed è stato educato in una madrassa saudita.

Il rischio del “contagio” nel Bangladesh sotto elezioni. Dunque, secondo Lintner, sarebbe alto il pericolo di alleanze tra i vari gruppi islamisti della regione, con gravi implicazioni anche per la sicurezza interna del Bangladesh, che andrà ad elezioni generali proprio domenica 30 dicembre. L’esperto ripercorre la storia dell’interesse manifestato dal mondo islamico riguardo le sofferenze dei Rohingya. Esso risale alle violenze settarie del 1978 e del 1991-1992, che hanno costretto decine di migliaia di musulmani alla fuga in Bangladesh. Nel 1978, la facoltosa Ong islamica Rabitat-al-Alam-al-Islami (Lega musulmana mondiale) ha inviato aiuti ai rifugiati e costruito un ospedale, una moschea e una madrassa a Ukhia, a sud di Cox’s Bazar. Qui sono giunti religiosi sauditi che hanno dato inizio alla radicalizzazione di alcuni leader e attivisti Rohingya.

Il pericolo di una risposta armata. Secondo recenti rapporti dai campi profughi in Bangladesh, Jamaat-ul-Mujahideen (Jmb), un’organizzazione islamica che opera in Bangladesh e individuato come gruppo terroristico dal Regno Unito, sta cercando di coltivare legami con i Rohingya. Lo scorso 13 dicembre, l’Unità antiterrorismo e crimine transnazionale (Cttc) ha arrestato tre membri di Jmb “impegnati nell’addestramento di rifugiati”. Qualora confermate, secondo Lintner queste accuse potrebbero favorire una risposta armata al rifiuto delle autorità civili e militari del Myanmar di cedere alle richieste dei rifugiati, inclusi i loro appelli per la cittadinanza e la giustizia.


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Mario Calabresi
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