Bangladesh, le radioline a manovella nel campo profughi dei Rohingya per ritrovare la propria identità


ROMA – Uno strumento per recuperare l’identità perduta, è questo uno degli utilizzi principali della piccola stazione radio che è nata nel campo profughi di Cox’s Bazar in Bangladesh dove vivono oltre 700mila Rohingya (gruppo etnico, di religione islamica)
in fuga dalle violenze che hanno dovuto subire negli ultimi anni in Myanamar. Un’enorme distesa di tende che sembra sempre più una città ma senza i servizi principali e soprattutto senza la possibilità di avere la dignità che attribuirebbe lo status di cittadini a migliaia di persone che sono fuggite da villaggi in fiamme e da una guerra silenziosa, che non appare quasi mai nelle cronache di giornali e media occidentali.

L’idea nata da un ragazzo di 23 anni. E’ questo il difficile contesto che ha visto la nascita di un progetto radiofonico unico e ha ridato voce alla comunità Rohingya, ospite del campo, permettendo a famiglie di ritrovarsi e di condividere un’identità che è stata bruciata e distrutta insieme alle abitazioni delle famiglie in fuga. L’idea di utilizzare dei programmi radiofonici per riunire i rami spezzati della comunità ospitata nell’immenso campo profughi nasce da un giovane di 23 anni,  Mohammed Yusuf. Durante una serie di assemblee informali si condivide dell’idea di poter affidare alle parole via radio le necessità e i drammi ma anche di poter informare praticamente o intrattenere per rendere più leggere la complessa vita a Cox’s Bazar. Non è facile però reperire un trasmettitore e un’antenna e quindi Mohammed sceglie la via più semplice per diffondere i suoi primi programmi radio: installare degli altoparlanti tra le tende per realizzare una sorta di filodiffusione pubblica, capace di far ascoltare a tutti le prime voci delle comunità.

La svolta è con la BBC Media Action. I primi programmi così diffusi catturano l’attenzione delle famiglie e, dopo pochi giorni, inizia la lunga coda fuori dalla tenda dove vengono registrati i programmi. Ognuno vuole dare il proprio contributo con la propria storia e le proprie necessità da condividere. Questa prima esperienza di radio “diffusa” diventa famosa in tutto il campo e la necessità di dotare i Rohingya di una vera e propria stazione radiofonica inizia a diffondersi tra le varie organizzazioni attive nel campo. La svolta avviene con il coinvolgimento di BBC Media Action, Ong affiliata alla radiotelevisione pubblica inglese e con la radio pubblica pakistana Bangladesh Metar che decidono di iniziare a produrre dei programmi radio nel campo, usando la stessa esperienza maturata nei campi profughi dei civili in fuga dalla guerra in Siria.

L’ascolto anche con le radioline “a manovella”. Nasce così Beggunor Lai che nel dialetto locale significa “per tutti” e che inizia a diffondere informazioni pratiche per tutti gli abitanti del campo e viene diffuso con gli altoparlanti, ma anche in banda Fm grazie a migliaia di radioline “a manovella” distribuite gratuitamente e capillarmente tra le tende. Alle tecniche di purificazione dell’acqua, alle cure per la diarrea dei bambini, il programma è uno strumento quotidiano per migliorare la vita delle famiglie Rohingya e per ricostruire quotidianamente quel concetto di identità e di comunità che la repressione in Myanamar ha cancellato in modo chirurgico.

Un programma solo per i ragazzini. Shishur Haschi che significa “ragazzi” è il titolo del programma per i più piccoli, che costituiscono la metà della popolazione del campo profughi, è un programma di puro intrattenimento fatto per bambini ed adolescenti con musica e storie originali. Il successo della radio è immediato, in questo luogo inospitale ma con la più grande densità abitativa del mondo, i programmi permettono di informarsi e di svagarsi e soprattutto di costruire con musica e parola una cultura che qualcuno voleva distruggere e cancellare. La semplicità della radio ancora una volta unisce e solidifica i rapporti umani, rendendo più utile il lavoro delle ong sul campo e dando una speranza quotidiana al popolo Rohingya di costruire, per ora via etere, una nuova comunità e una nuova base sociale.


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Mario Calabresi
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