Basso-Pesole, L’economia percepita – Libri


 (ANSA) – ROMA, 17 MAG – ROBERTO BASSO E DINO PESOLE, l’ECONOMIA PERCEPITA (Donzelli Editore, pp.190, 18 euro).
    L’economia è un po’ come la temperatura dell’aria, che da qualche tempo è accompagnata nelle previsioni meteorologiche dall’indicazione della temperatura percepita. Roberto Basso e Dino Pesole, il primo un comunicatore passato dalle società private al settore pubblico, il secondo editorialista del “Sole 24 Ore”, nel libro “L’economia percepita” (Donzelli editore) affrontano un viaggio nello spazio che separa proprio la realtà dell’economia dall’apparenza creata dalla bulimia informativa nella quale siamo tutti, volenti o nolenti, immersi. Quella proposta è una chiave approfondita, ricca di dati e spunti, che di fatto supera il semplice dibattito sulle fake news, ora imperante: si parte dal contesto ma poi si analizzano i meccanismi politici e informativi che sembrano alimentare una frattura tra alto e basso, tra società ed elites, tra democrazia e populismo.
    Il libro segue il filo rosso dell’informazione per comprendere l’affermazione di Trump negli Stati Uniti e l’avanzata dei partiti ostili al progetto europeo, la vittoria della Brexit e la nascita in Italia del primo governo dichiaratamente populista. Ma non si limita a fotografare i cambiamenti che caratterizzano la comunicazione. Ne indaga l’evoluzione, ne spiega le ragioni. E poi indica anche qualche via d’uscita. Ma l’antidoto a quella che definiscono “la società dell’irriverenza”, che registra anche la rivolta contro la competenza, non può passare attraverso soluzioni autoassolutorie della politica. E probabilmente non basta nemmeno l’interessante appendice del libro nella quale vengono messi a confronto dati, tabelle e percezioni sulla presenza di immigrati, sull’occupazione, sulla crescita.
    Il nodo da affrontare non è solo quello di una politica meno urlata, ma anche quello dell’informazione in un contesto che ne ha travolto il ciclo tradizionale, nel quale la televisione ha fagocitato i quotidiani e i social disintermediano su tutto.
    L’idea, però, non è certo quella di raccontare un villaggio globale fatto da tribù non più in grado di dialogare, tra fake news virali e ecochamber autopersuasive, nel quale è sempre più evidente il distacco del cittadino-lettore, tra assuefazione e disincanto. La via proposta passa invece attraverso la formazione e l’educazione, che consente di comprendere fenomeni economici e sociali, ma anche e soprattutto attraverso la costruzione di un nuovo modello di giornalismo, che voglia mantenere la schiena dritta, abbandoni il format dell’informazione ansiogena e favorisca un’idea critica ma costruttiva della società.(ANSA).
   

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