“Basta con gli sprechi ecco il Patto per l’acqua”



ROMA – Recuperiamo solo l’11% dei 300 miliardi di metri cubi di acqua piovana che cadono sull’Italia. Consumiamo 220 litri di acqua contro una media nord europea di 190 litri. Disperdiamo il 41% del contenuto degli acquedotti. Perdiamo il 23% del totale delle risorse idriche prelevate. A giudicare da questi numeri, dalle sanzioni europee che subiamo per non aver completato il sistema delle fogne e dei depuratori, dagli inquinanti che continuiamo a buttare nei laghi e nei fiumi, sembra che l’acqua non valga nulla. 

Ma le Nazioni Unite dicono il contrario e hanno dedicato il decennio 2018-2028 all'”acqua per lo sviluppo sostenibile”. Anche perché il cambiamento climatico renderà sempre più incerto il ciclo dell’acqua. E, secondo le previsioni dei principali istituti di ricerca internazionali, i consumi globali (6 mila chilometri cubi) raddoppieranno prima della fine del secolo. 

Da questi numeri nasce il Patto per l’acqua promosso dal Fai e sottoscritto dai principali attori del sistema idrico italiano: dagli enti di ricerca ai gestori delle reti, dai consorzi di bonifica agli agricoltori, dagli enti territoriali alle associazioni ambientaliste (Aiapp, Anbi, Associazione Comuni Virtuosi, Asvis, Cnr-Irsa, Coldiretti, Inu, Nomisma, Energy&Strategy Group del Politecnico di Milano, Utilitalia, Legambiente, Wwf, Kyoto Club, Touring Club). 

“Può sembrare strano che il Fai si occupi di acqua, ma non è stata nemmeno una scelta: non abbiamo potuto farne a meno”, racconta Marco Magnifico, vicepresidente del Fondo Ambiente Italiano. “Faccio un esempio. Tra le eredità che abbiamo avuto in gestione c’è il podere Casa Lovara a Punta Mesco, 45 ettari e tre case rurali nelle Cinque Terre. Il luogo è di una bellezza mozzafiato, con una vista che nelle belle giornate spazia fino alla Corsica. Ma, gestendo questo agriturismo, siamo andati a sbattere contro il problema dell’acqua che lì non arriva con una condotta. Abbiamo messo sia chilometri di tubi e molte cisterne per utilizzare la pioggia che un sistema di riciclo capace di rendere potabile anche l’acqua dello sciacquone. Con tutto ciò ospitare i turisti e mantenere l’orto biologico, gli ulivi e i vitigni è un bel problema”. 

Un problema che oggi è evidente nei luoghi in cui l’acquedotto non arriva, ma che domani rischia di esserlo in molte aree dell’Italia. Nel 2017 la siccità ha spinto 11 Regioni verso la dichiarazione dello stato di calamità. L’impermeabilizzazione del terreno (continuiamo a perdere ogni giorno 15 ettari, l’equivalente di piazza Navona, ha ricordato Vito Felice Uricchio, direttore del Cnr-Irsa) continua a peggiorare la situazione. E l’agricoltura, secondo i calcoli di Marco Marcatili, responsabile sviluppo di Nomisma, utilizza l’85% delle risorse idriche contro una media europea del 46%. 

“La cultura dell’acqua deve entrare nel Dna del Paese”, ha sintetizzato Massimo Gargano, direttore dell’Anbi. Anche per difendere la qualità del paesaggio, ha aggiunto Maria Cristina Tullio, dell’Associazione italiana di architettura del paesaggio. Di qui una serie di proposte mirate ad aumentare la capacità di recupero: diffondere la fitodepurazione, ridurre l’impatto dell’inquinamento chimico, creare sistemi di riciclo domestico, varare incentivi fiscali per gli interventi di efficienza idrica, subordinare il rilascio del permesso di costruzione alla verifica del profilo idrico. 

 

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Mario Calabresi
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