Beigbeder, immortalità è nostro incubo – Libri


(di Marzia Apice)
(ANSA) – ROMA, 27 MAG – FREDERIC BEIGBEDER, UNA VITA SENZA
FINE (BOMPIANI, PP. 256, 17 EURO – Traduzione di Silvia
Ballestra)
“L’immortalità è il sogno più vecchio dell’umanità. Ma ora si
sta trasformando in un incubo”. È la considerazione a cui
Frédéric Beigbeder è giunto dopo aver scritto “Una vita senza
fine”, romanzo-inchiesta edito in Italia da Bompiani in cui
cerca di capire, tra il serio e il faceto, come fare a rimediare
al problema più difficile da risolvere per l’uomo, la morte. Un
romanzo quasi del tutto autobiografico in cui un cinquantenne di
successo (Frédéric appunto), promette a sua figlia di non
morire: per prestare fede alla sua promessa si avvicina alle
tecniche di ringiovanimento cellulare, viaggiando dalla Svizzera
a Israele per incontrare scienziati e luminari in grado di
allungargli la vita.
“Abbiamo paura di morire perché non sappiamo approfittare
dell’esistenza. Vogliamo renderci eterni attraverso le immagini
dei selfie. In questo libro ci sono le mie angosce, denuncio la
vita di oggi ma mi prendo anche in giro”, spiega in
un’intervista all’ANSA a Roma, dove è arrivato per presentare il
libro. Il romanzo è stato un modo per esorcizzare le sue
angosce, ma anche un’opportunità per fare indagini mediche su se
stesso e riflettere sulla sua vita. “Anni fa avevo uno stile di
vita parecchio nocivo per la salute. Quando ho scritto il libro,
l’idea di fare analisi e provare terapie che forse potevano
allungarmi la vita non mi faceva paura, anzi mi entusiasmava.
   
Non ero neppure negativo nei confronti dei transumanisti”,
spiega, “poi però ho capito che sono dei pazzi e la loro
ideologia è pericolosa. Mi chiedo quale sia il prezzo da pagare
per vivere di più. Se la risposta è non restare umani allora non
mi interessa”.
Per parlare di morte, ma anche di tante altre cose (dalla
società desiderosa solo di apparire al rapporto con le donne e a
quello padre-figlio, dalla religione agli estremismi della
scienza, dalle illusioni della contemporaneità fino alla crisi
di mezza età mentre il tempo passa inesorabilmente), Beigbeder
sceglie lo stile che più gli è congeniale: una scrittura
dissacrante ma profonda, che fa riflettere mentre diverte.
   
“Bisogna poter ridere di fronte alla tristezza e agli argomenti
seri: l’umorismo è il mio espediente per affrontare un tema come
la morte”, dice, “nel libro credo che sia nuovo parlare di morte
come se fosse qualcosa di tecnico: parlo di religione e
filosofia ma anche di tutte quelle tecniche che potrebbero
servire per invertire l’invecchiamento. Come se fosse il
libretto di istruzioni di una lavatrice”.
Tra gli autori più acclamati in Francia, Beigbeder (che l’8
giugno sarà a Firenze ospite de La città dei lettori), afferma
di pensare spesso alla crisi della letteratura: “Se la gente
legge meno forse è colpa degli scrittori, ma non solo. La
lettura è continuamente minacciata dai nuovi media che sono più
facili. La lettura è una scelta, richiede tempo, ma anche
solitudine e silenzio, cose che la società combatte perché ci
vuole consumatori non pensanti. Quando parlo ai giovani dico
loro che la lettura è lo sport del cervello: ci serve per non
diventare stupidi e continuare a riflettere”. Sulle recenti
frizioni tra Italia e Francia ha un’idea chiara: “Gli attriti
tra Macron e Salvini erano una gesticolazione artificiale così
come lo è stata la riconciliazione”, prosegue, “credo che ce
dobbiamo fregare di quello che fanno i politici: loro passeranno
e non riusciranno certo a interrompere la secolare amicizia tra
i nostri Paesi. Quello che conta è la cultura, l’arte, il
cinema, la letteratura”. E conclude: “I francesi amano molto gli
scrittori e i registi italiani, ma è un amore a senso unico,
amano più di quanto sono amati. Ma non è mai troppo tardi per
rimediare”.
   

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