Biodiversità, dalle farfalle ai camosci: in Italia 600 specie a rischio



QUANDO nel 1992 fu adottata, il 22 maggio, la “Convenzione sulla diversità biologica” dedicata al rapporto tra la biodiversità e la nostra salute i cambiamenti climatici e lo sfruttamento delle risorse dell’uomo stavano inviandoci i primi segnali di quanto la natura stesse soffrendo a causa nostra. Oggi viene da chiedersi perché se, “ogni creatura ha una funzione e nessuna è superflua” – per usare le parole di papa Francesco – stiamo contribuendo all’estinzione di migliaia di specie animali e vegetali. Vale la pena chiederselo sempre e rammentarlo soprattutto oggi, mercoledì 22 maggio in cui si celebra la Giornata mondiale della Biodiversità

Quasi trent’anni dopo, con il riscaldamento globale che avanza velocissimo, questi segnali sono diventati una conferma. Negli ultimi quartant’anni abbiamo perso il 60% degli animali e le stime dell’Onu indicano che in poche decadi potrebbero scomparire fino a 1 milione di specie viventi. Per gli scienziati, fra emissioni, sfruttamento del suolo, inquinamento, acidificazione degli oceani e uso di pesticidi la biodiversità è oggi davanti a una minaccia “senza precedenti”: in futuro potrebbero sparire un ottavo di tutte le specie che popolano il Pianeta. 

Italia: quasi 600 specie a rischio

In Italia, uno dei Paesi europei più ricchi di biodiversità, secondo Legambiente sono quasi 600 le specie compromesse e nel Mediterraneo il 25% di queste va verso l’estinzione. Nel nostro Paese su 2.807 specie animali sono 596 quelle valutate a rischio di estinzione, pari a oltre un quinto del totale. Soffrono per la perdita di habitat, l’inquinamento, lo sfruttamento delle risorse naturali da parte dell’uomo ma anche l’introduzione di specie aliene invasive

 

Nel rapporto “Biodiversità a rischio”, presentato oggi da Legambiente, l’associazione per darci un’idea di come le nostre terre stiano soffrendo fa l’esempio delle farfalle italiane. Da noi si contano 289 specie molte delle quali endemiche, ovvero che non vivono in nessuna altra parte al mondo, come quelle di Sardegna o arcipelago toscano. Sono impollinatori fondamentali per le piante e la salute degli ecosistemi: eppure dal 2000 si registra un continuo declino di questi animali. Fra le varie specie il 6.3% sono ormai minacciate di estinzione e un altro 5,6% sono da considerarsi come a rischio. A loro si aggiunge un calo spaventoso delle api, che per la Fao in Europa è pari al 37% se si contano quelle in declino. 

 

“Oggi – dice Antonio Nicoletti, responsabile aree protette Legambiente – ci troviamo a dover affrontare una serie di sfide ambientali in costante aumento e siamo ancora lontani dal centrare l’obiettivo principale promosso dell’Ue di “porre fine alla perdita di biodiversità e al degrado dei servizi ecosistemici nell’Unione Europea entro il 2020 e ripristinarli nei limiti del possibile”. 

 

Federparchi aggiunge che in Italia, dove sono a rischio il 45% dei vertebrati, sarà sempre più necessario puntare sulle aree protette per cercare di preservare le specie. Nei soli parchi nazionali negli ultimi dieci anni sono stati attivati 1700 progetti di ricerca mentre  in media ogni anno si svolgono 45 operazioni di reintroduzione e ripopolamento, azioni necessarie “al contrasto ai mutamenti climatici e per sperimentare modelli di sviluppo sostenibile” sono dunque fondamentali per “la conservazione della biodiversità” ricorda Giampiero Sammuri, presidente della federazione.

 

Per il Wwf Italia “la crisi provocata dalla continua perdita della biodiversità – sottolinea il Direttore scientifico, Gianfranco Bologna – costituisce una delle più grandi emergenze per il nostro immediato futuro perché mette a rischio la rete della vita che ci consente di respirare, bere e mangiare”.

Preservare e custodire il futuro della biodiversità inoltre è un volano economico importantissimo. La Cia-Agricoltori italiani stima che “le oltre mille specie vegetali e animali oggi a rischio estinzione, tagliate fuori dalla grande distribuzione, sono in realtà un asset che può  valere fino a 10 miliardi di euro l’anno, tra agroalimentare e turismo”.

Non tutto è perduto

Secondo esperti, scienziati e ambientalisti siamo ancora in tempo per arginare la perdita della biodiversità che l’uomo sta causando: un buon sistema, per i governi, sarebbe cominciare ad applicare gli Accordi di Parigi per contenere l’avanzata del riscaldamento globale e scongiurare l’aumento delle temperature, iniziando ad abbandonare ad esempio i combustibili fossili.
 

In vista delle Europee è poi necessario ricordare che il tema della biodiversità deve diventare “centrale nelle agende politiche” dicono gli ambientalisti e che, nel 2020 alla 15° Conferenza delle Parti della Convenzione Onu sulla Diversità Biologica, bisognerà elaborare e approvare la nuova strategia decennale mondiale per la biodiversità, un’occasione unica per mettere un freno allo sfruttamento delle risorse.

 

 

Una chiave per invertire la rotta, secondo gli esperti, è anche quella di puntare sempre di più sulle aree protette marine e terrestri. Ad esempio Wwf e Legambiente ricordano l’importanza di sforzi per salvare l’orso bruno marsicano, sottospecie che vive in Appennino con appena circa 50 individui, destinata all’estinzione ma che “con il nostro impegno potrebbe avere un futuro”.

Attraverso un’azione decisa e coordinata i più fiduciosi stimano che si potrebbe raggiungere la protezione  del 30% dei territori entro il 2030 e del 50% nel 2050 . Ma la strada da percorre è davvero tanta. 

 

 “È essenziale cambiare la nostra visione e il nostro comportamento verso la biodiversità. Abbiamo già le conoscenze scientifiche necessarie per questa trasformazione. Possiamo anche contare su pratiche e conoscenze indigene e locali che sono preziose fonti di soluzioni” chiosa la direttrice generale dell’Unesco, Audrey Azoulay.




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