Cannes: Pedro e Antonio, “Il cinema ci salverà” – Cinema


Pedro e Antonio, Almodovar e Banderas, Dolor y Gloria. “E’ il miglior Mastroianni che potessi avere”, dice ai giornalisti italiani il regista come se fosse Fellini con il suo alter ego cinematografico. Nel film, in concorso al festival di Cannes e in sala da noi dal 17 maggio con Warner, l’attore di Malaga che proprio Almodovar agli albori fece debuttare in Labirinto di passioni interpreta un regista depresso, in là con gli anni, in crisi creativa, che si rifugia nell’eroina e ritorna indietro alla sua vita di un tempo, dalla scoperta dell’omosessualità a quella del successo passando per il rapporto decisivo con la madre (Penelope Cruz).
    “Tutto nel film riporta a me: ci sono i miei mobili, la replica del mio appartamento a Madrid, persino i quadri dei pittori della movida di Madrid tra fine anni ’70 e inizio ’80, ma non tutto quello che racconto è accaduto, semplicemente sarebbe potuto accadere”, spiega Almodovar, “c’è la mia vita al 40% ma il mio profondo io al 100%”. “La sceneggiatura mi ha sorpreso per le verosimiglianze ma ho dovuto ‘dissociarmi’ e diventare un personaggio pur essendo in totale confidenza con lui e avendo vissuto nella vita vera tante cose con lui”, aggiunge Banderas, all’ottavo film con il regista della Mancha, “il più vero e naturale per me”. L’attore di Donne sull’orlo di una crisi di nervi e di Philadelphia ha attinto anche dal suo recente vissuto per restituire ‘dolore’ al personaggio: “l’attacco di cuore di due anni fa mi ha segnato. Per una volta come artista ho pescato nelle mie paure”.
    Al di là della storia, Almodovar esorcizza in Dolor y gloria “l’ombra nera della mia vita, quella con cui devo convivere ossia il rischio che mi capiti quello che succede al personaggio, che perda l’ispirazione, la creatività o abbia incapacità fisica a dirigere un film. La grande paura per me è la perdita di cinema, lo schermo è l’unica compagnia, una vera dipendenza. Nel film alla depressione si rimedia con l’eroina ma è la pellicola la vera dipendenza. E’ il cinema a salvarlo e il cinema ha salvato me nella realtà”.
    Dice Antonio Banderas di Almodovar, lui che lo conosce “da 37 anni: in tutti questi anni Pedro ha depurato il suo stile, è meno ‘crazy’ ma non ha mai perso la propria personalità resistendo anche alle sirene hollywoodiane”. Avrebbe avuto la sua occasione americana dirigendo Brockeback Mountain, conferma poco dopo lo stesso regista specificando che adora il film di Ang Lee, ma che non ha accettato pensando “che mai a Hollywood sarebbe passata la mia idea, peraltro ispirata al libro, ossia che i due cowboy avrebbero scopato tutto il tempo come animali, se non altro per riscaldarsi”.
    E’ al festival di Cannes dove tante volte è stato in concorso senza mai acciuffare la Palma d’oro. Cannes cambia la vita ai cineasti come ha detto il presidente di giuria Inarritu? “La mia vita è la stessa con o senza una Palma d’oro – risponde all’ANSA – ma il festival è importante perchè fa capire davvero che film ho fatto ad una platea gigantesca di osservatori internazionali.
    Mi piace essere qui e in concorso”.
    L’amore per il cinema è anche per quello degli altri, “ho amato Roma di Cuaron, visto sul grande schermo non certo su Netflix, io amo la sala e la frequento ma non per andare a vedere saghe e supereroi, quelli non li sopporto”. Rispetto alla libertà creativa che negli anni ’80 fece esplodere in Spagna e non solo il talento anticonformista di Almodovar, il regista dice che “oggi ne avrei avuta di meno temo, c’è maggiore sensibilità reazionaria di allora nella società”. Ma per il suo paese non dispera: “con i risultati elettorali di aprile abbiamo fermato l’estrema destra e dato un grande messaggio democratico.
    Ci aspettano quattro anni di governo progressista. Per le europee? Spero che l’onda lunga spagnola ci salvi dai populismi”.
   

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