Champions, Inter: con il Barcellona confronto impietoso


BARCELLONA – Pensava di più e pensava meglio, Luciano Spalletti. Aveva addirittura sognato un’Inter che se la sarebbe giocata, che avrebbe cercato il possesso palla di fronte al Barcellona, e sul suo campo. Un pio desiderio, quello del mister. Inattuabile per motivi storici, in primis: una sola volta in tanti anni abbiamo visto il Barça perdere il confronto sul possesso palla contro un avversario al Camp Nou, e fu contro il magnifico Bayern Monaco di Pep Guardiola in una semifinale d’andata nel 2015, poi i tedeschi finirono in padella, schiantati per 3-0, grazie a un mostruoso Messi nel finale.

Poi per motivi essenzialmente contingenti: il divario tecnico tra Inter e Barcellona è ancora ampio, che Messi sia in campo o no (ieri no, era in tribuna col braccio al collo insieme al figlio Thiago, e ha esultato ai due gol alzando al cielo il braccio buono), e il 2-0 del Camp l’ha evidenziato oltre ogni dire. Da una parte c’era una squadra che palleggiava e tocchettava in grande serenità, a tratti facendo risvegliare la salma del tikitaka, ed era il Barcellona, dall’altra parte c’era l’Inter che manifestava enormi problemi nell’organizzare un’azione quando era in controllo del pallone, un controllo che ben presto veniva perso perché Brozovic è regista dai troppi errori in impostazione, Vecino è un mediano-incursore ma non certo un fine dicitore, Borja Valero era perso nell’immensità dello stadio ed è troppo flebile per potersi imporre a certi livelli, le ali Candreva e Perisic erano perse nei loro cunicoli.

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Per Spalletti, in gilet grigio a bordo campo, è stata una lezione da cui si potranno trarre indicazioni utili, addirittura insegnamenti, ma intanto non è tenero coi suoi giocatori: “Abbiamo imparato da questa sconfitta, certo. Fare cose, e sbagliarle, costa meno che non fare niente. Ecco, noi nel primo tempo non abbiamo fatto niente, o non abbastanza, non abbiamo attinto alla nostra conoscenza calcistica. Qui contro di loro ci può stare, ma non così. Pensavo di essere più avanti, di aver fatto i rodaggi giusti nelle prime due partite di questa Champions. Se ogni volta rimetti la palla in discussione, come nel primo tempo, e non c’è nessuno che viene a palleggiare, alla fine loro ti fanno correre. E sono stati più bravi anche nei rimbalzi e nei rimpalli, quando la palla schizza via e qualcuno la prende, e la prende sempre chi è più convinto, più intenso”.

Nell’Inter si attende comunque ancora il rientro dalle ferie di Ivan Perisic, che non è mai stato un mostro di continuità ma a livelli così bassi non ha mai giocato, da quando è all’Inter. Il croato ha perso del tutto il fuoco e il genio, gioca partite insufficienti in attacco e appena discrete in ripiegamento, fase in cui un tempo si applicava molto meglio. E’ come se il mondiale russo l’avesse prosciugato, solo che ormai la finale di Mosca è distante due mesi e mezzo, e sarebbe ora di tornare a dare un contributo all’Inter, che ne avrà un gran bisogno.

Assai emblematico poi è stato il confronto tra i due centravanti: da un lato Mauro Icardi, che ha giocato benino i pochi palloni che gli sono capitati, ma in una partita simile avrebbe dovuto andarsene a cercare molti di più, proprio perché la squadra era in difficoltà, invece è rimasto sempre rintanato nella trequarti avversaria, mai salendo ad aiutare; dall’altra l’esempio opposto, cioè l’invasato Luis Suarez, che si è mosso di continuo, ha offerto assist e sponde, ha giocato da attaccante moderno, e forse Maurito avrà imparato qualcosa.

Ha poi pesato senz’altro l’assenza di Nainggolan, che con le sue accelerazioni avrebbe potuto dare fastidio al Barça. Ma non parliamo di accelerazioni altrimenti si dovrebbe ricordare l’assenza di Messi, quindi meglio evitare. Alla fine il Barcellona era superiore e l’ha dimostrato, anche se l’Inter sperava non fosse così evidente. Del resto, le distanze sono ancora siderali. Questo è uno stadio che mentre il Barça vince e gioca benissimo, può permettersi di fischiare sonoramente una sostituzione di Valverde: fuori Arthur, dentro Vidal, e gli 86000 del Camp Nou hanno rovesciato in campo una valanga di fischi. Volevano continuare a divertirsi, perché quel’Arthur è veramente un gioiello. Che invidia.


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