Champions, l’onnipresente Real Madrid, da 22 anni consecutivi passa il primo turno



UNA SPECIE di onnipresenza o, se vogliamo vederla con gli occhi delle avversarie, un’ingombrante certezza. Onnipresenza e spesso onnipotenza. Ventidue volte consecutive agli ottavi o ai quarti di Champions League (a seconda del formato del torneo). Roba da Real Madrid, ossia roba che può riguardare l’unica squadra che si considera legittimamente a casa quando si parla d’Europa, un contesto raffigurabile come una Madrid allargata (ai bisogni e alle bizze del club che ha giocato più Champions di tutti e vinte più di tutti). Dal ’98 non ha mancato una sola fase ad eliminazione diretta. La macchia “blanca” virata verso il color meringa c’è sempre. Quando il Real Madrid cominciò la sua striscia virtuosa ancora attiva (provateci voi a superare per ventidue volte consecutive i gironi come fosse una mera formalità e assai probabilmente non è finita qui), Asensio aveva appena compiuto due anni, Ceballos e Reguilon nemmeno quelli e l’uruguaiano Valverde, per restare a quattro ragazzi della sua rosa attuale, non era proprio nato.

Vent’anni, nel calcio moderno, sono secoli. Ma la forza del Real Madrid, il suo spessore tecnico, la sua mostruosa efficienza, non sono cambiati più di tanto. Il Real Madrid è la squadra con cui, per abitudine, si perde. Sono quelli che arrivano, magari in leggera o pesante crisi come adesso, e comunque vincono. Vincono lo stesso perché loro sono il Real Madrid e gli altri no. Loro sono quelli che per cultura non sentono la pressione degli stadi rivali, anche i più autorevoli o materialmente più grandi. Non c’è tradizione avversaria che possa intimorirli, anche se vanno in campo i più giovani. Il Real Madrid è la quintessenza del valore aggiunto, di quell’invisibile, ma non misterioso, quid che trasforma una maglia e la sua storia, chiunque la indossi o la rappresenti, in due minacce permanenti: “Ci sarà un motivo”, ha ammesso Solari, “se il Real Madrid è favorito per la vittoria da 115 anni…!”. Che poi sono 116.

Ossia è favorito sin dalla sua fondazione (1902). Battuta che sia, è la verità. Non c’è un momento in cui entri al Bernabeu con l’animo tranquillo e se per caso ti sentissi veramente tranquillo vorrebbe dire che hai già perso o quantomeno hai già messo in conto di perdere. Nel 2014 pure Guardiola rimase spaventato, cosa che non gli era mai accaduta quand’era alla guida del Barcellona. Nell’andata della semifinale il suo Bayern perse soltanto 1-0 e tutto faceva supporre che il peggio, per i tedeschi, fosse passato. Ma non era vero. E Pep se ne rese contro a Monaco. Per il Real Madrid sono passati giocatori formidabili, alcuni accanto a loro sono lievitati come il buon pane degli antichi forni e hanno rischiato di diventare perle come chi gli fungeva da modello nello spogliatoio.

Cassano raccontò come fosse importante per lui l’amicizia di Zidane, al tramonto, più che l’apparente protezione, diciamo così, di Capello che se lo ritrovò in Spagna e con il quale, anche se il barese giocò pochissimo, vinse la Liga (Antonio era arrivato nel gennaio del 2006 e la prima cosa che fece il suo primo allenatore Lopez Caro fu di metterlo a dieta). A volte, va detto, è accaduto l’esatto contrario, che la piazza sgonfiasse i talenti, in tutto tranne che nel peso corporeo (Cassano fu soprannominato “El Gordito”). Sacchi era già stanco quando arrivò come direttore tecnico nell’estate del 2004, non capì il funzionamento della macchina o rimase emotivamente stritolato fra i suoi ingranaggi: fece una presentazione malinconica, non rise mai e sotto di lui, per quel po’ che s’intrattenne a Madrid (una stagione), si alternarono addirittura tre allenatori, Camacho, Remon e Luxemburgo, nessuno dei quali si dimostrò in grado di cavare il ragno dal buco (ma sempre conquistando, per default, la fase a eliminazione diretta della Champions).

Nel ’98, all’inizio del ciclo, esisteva il Real Madrid di Jupp Heynckes, il capitano era Raul. Era la squadra di Roberto Carlos, Morientes, Hierro, Guti, Amavisca, Savio, Suker, Seedorf e Panucci. Vinsero la Coppa battendo in finale la Juve con una rete di Mijatovic. L’anno dopo, con il valzer in panchina tra Hiddink e Toshack, non s’andò oltre i quarti, che erano ancora la prima partita ad eliminazione diretta (sconfitti dalla Dinamo Kiev di Shevchenko). Vicente Del Bosque si riprese la Champions nel 2000 in finale col supersonico Valencia di Cuper (andavano a tavoletta ma non bastò neppure l’anno successivo in finale col Bayern). Apparvero McManaman, Eto’o e Anelka. Nel 2001 si organizzarono le prove di Del Bosque per l’anno seguente, quando a Glasgow il Real Madrid conquistò la nona coppa contro il Leverkusen tutt’altro che banale grazie a uno dei gol più leggendari della storia del calcio: quello di collo esterno sinistro di Zidane (in campo c’era anche Solari, l’attuale coach). Nel 2003 fu la Juve a sbatterli fuori in semifinale. Zidane segnò ancora (alla sua ex squadra) ma non fu sufficiente.

Nel 2004 riapparvero in Champions gli ottavi e il Real Madrid di Carlos Queiroz fu beffato ai quarti dal Monaco, che passò per le reti fuori casa (Monaco di Deschamps sconfitto in finale dal Porto di Mourinho). Iniziò a questo punto la “maledizione degli ottavi”. Per sei anni consecutivi il Real Madrid non lì superò. C’era sempre qualcosa che si metteva di traverso, cambiava l’allenatore ma non serviva a niente. Come se un “brujo” avesse deciso così (magari lo stesso “brujo” di cuì si tornò a parlare quando arrivò Ronaldo). La Juventus fu la prima carnefice. Poi l’Arsenal. Nel 2007 Capello si schiantò contro il Bayern (anche qui per il conto delle reti). Nel 2008 toccò alla Roma di Spalletti, poi al Liverpool di Benitez che giocava in modo paradisiaco. Mentre il Barcellona vinceva, il Real Madrid pareva incatenato all’angoscia della “decima” che non arrivava mai e anzi sembrava sempre più lontana per colpa della “maledizione”. Il punto più basso forse nel 2010, quando agli ottavi prevalse il Lione. Nel 2011 avvenne la “girata”. Si rivide la semifinale. Peccato solo che il Barcellona aveva comunque una marcia in più, forse due, forse anche tre. E aveva Messi che pareva alto il doppio di Ronaldo. Dopo due semifinali perse (Bayern e Dortmund), è Ancelotti a conquistare la “decima” nel 2014 con il rocambolesco derby di Lisbona. Le altre tre arsono arrivate in sequenza, una sequenza fatale e naturale come i gioielli incastonati di una parure che nessuno può permettersi, all’infuori del Real Madrid. Che è sempre lì. Da ventidue anni. Con o senza Ronaldo. E attenti a loro, quando verrà febbraio.


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