Clima, la battaglia del carbone: i Paesi poveri rischiano di pagare il prezzo più alto


ROMA – La battaglia per la difesa del clima si gioca in buona parte sul fronte del carbone. Per varie ragioni: è il combustibile fossile con la più alta percentuale di carbonio; è molto spesso collegato alla produzione di emissioni con un alto impatto sulla salute delle persone che abitano nelle vicinanze della centrale; è l’anello debole del cartello fossile che resiste alla riconversione sostenibile dell’economia.

La Cina fa la metà dell’energia elettrica globale a carbone. Se lo scenario è chiaro, il risultato della battaglia in corso appare ancora incerto. Il carbone ha subito pesanti battute d’arresto e le principali agenzie di ricerca internazionali prevedono una ritirata nell’arco del prossimo decennio. Ma la Cina, che è responsabile della metà della produzione elettrica globale da carbone, ha rallentato la terapia di disintossicazione da questo combustibile velenoso per l’atmosfera (e per gli esseri umani) proprio per colpa del cambiamento climatico di cui il carbone è uno dei massimi responsabili: l’alterazione del ciclo idrico ha portato a una flessione della capacità idroelettrica che è stata compensata da un maggior uso proprio del carbone.

L’impatto pesante della Turchia. A fare le spese di questa situazione in bilico sono soprattutto i più poveri, le popolazioni che vivono vicino agli impianti dei Paesi che non si possono permettere (o che non si vogliono permettere) le costose misure di prevenzione per ridurre i danni sanitari prodotti dall’uso del carbone. In Turchia ad esempio – come racconta un dettagliato reportage pubblicato dalla Stampa su Tuttogreen  – le politiche muscolari di Erdogan hanno prodotto un impatto pesante per i Paesi collocati vicino a centrali a carbone vecchissime e ad alto costo sanitario: nuvole di fumo nero, villaggi che si spopolano, siti archeologici di rilevante importanza in stato di abbandono.

Il sacrificio degli equilibri sociali ed economici. Anche Greenpeace ha denunciato i disastri ambientali e la violazione dei diritti umani prodotti dallo sfruttamento del carbone in India. In un rapporto, l’associazione ambientalista elenca i continui tentativi di espandere la produzione elettrica basata sul più inquinante dei combustibili facendo spazio a centrali termiche, strade di servizio e altre infrastrutture anche a spese delle foreste; sacrificando gli equilibri sociali ed economici delle aree in cui sono stati progettati gli impianti.

Il calo di produzione globale, ma aumenti in alcune aree. “Al 2018 il quadro del carbone è ancora molto complesso. La produzione e il consumo mondiale sono, per la prima volta, in netta diminuzione”, scrive Valeria Termini, docente di Economia politica a Roma Tre in un libro appena uscito, Il mondo rinnovabile. Aggiungendo però che in alcune aree è in atto una pericolosa espansione che “riguarda anche Paesi in cui la generazione a carbone è quasi inesistente. Oltre all’Egitto, il carbone è al centro di una forte discussione politica in diversi Paesi dell’Africa subsahariana. Secondo il think tank CoalSwarm, escluso il Sud Africa, sono 11 i Paesi africani che stanno sviluppando più di cento centrali a carbone, quasi tutti tramite investimenti esteri, metà dei quali cinesi”.

Un braccio di ferro che prosegue. Eppure, nonostante questi formidabili colpi di coda, l’uso del carbone sembra destinato a declinare per effetto dell’alt alle emissioni serra invocato dai climatologi e del forte incremento della campagna per il disinvestimento dal carbone a cui hanno aderito centinaia di grandi gruppi finanziari, a partire dal Fondo sovrano norvegese e dalla Rockfeller Foundation. Ma il trend, ben visibile nei Paesi più ricchi, potrebbe essere compensato da una crescita dell’uso del carbone nei Paesi in cui l’opinione pubblica è più debole. Il braccio di ferro va avanti.


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