Club di Roma: “Entro il 2050 stop ai combustibili fossili”



ROMA – Stiamo andando nella direzione sbagliata. La strada su cui viaggiamo ci porta a una crescita della temperatura globale di 2,5 gradi a fine secolo. E’ ben più dell’aumento massimo che i governi di tutto il mondo hanno stabilito a Parigi, nel dicembre 2015. Quella conferenza fu organizzata perché i climatologi avevano spiegato che 1,5-2 gradi rispetto ai valori pre industriali è la barriera da non valicare per difendere gli ecosistemi da cui dipende la sopravvivenza dell’umanità. E questo limite è stato sottoscritto da tutti gli Stati. Se togliamo il grado di aumento che ci siamo già giocato negli ultimi due secoli con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, ci restano a disposizione circa 0,75 gradi (la media tra 0,5 e 1). Dunque arrivare a un aumento di 1,5 gradi rispetto alla temperatura attuale vorrebbe dire raddoppiare l’ondata massima di calore considerata accettabile nei prossimi decenni.  

L’allarme viene dallo stesso think tank di economisti e scienziati che esattamente mezzo secolo fa diede vita al Club di Roma ideato da Aurelio Peccei. Il rapporto che il Club di Roma pubblicò nel 1972 (I limiti dello sviluppo) fu la base di una visione moderna dell’ambientalismo ma venne accusato di tendenze catastrofiste. Dalle relazioni scientifiche presentate durante la tre giorni di lavori per il cinquantennale, risulta invece che per una serie di indicatori (l’andamento della popolazione, della produzione industriale, della disponibilità di risorse) le previsioni si sono dimostrate esatte. Per la disponibilità di cibo pro capite e per l’inquinamento, il rapporto del 1972 ha invece peccato di ottimismo: è andata un po’ peggio delle stime. 

C’è comunque una soluzione disponibile. Fortunatamente l’evoluzione della tecnologia ha avuto un’accelerazione che ha portato a un crollo dei prezzi delle fonti rinnovabili e a grandi potenzialità di aumento dell’efficienza energetica. Dunque, propone il Club di Roma, occorre azzerare (non dimezzare) i combustibili fossili entro la metà del secolo. Come? Facendo pagare gli inquinatori, cioè mettendo un prezzo alle emissioni di anidride carbonica. Ed eliminando – suggerisce Anders Wijkman, membro dell’Accademia svedese delle scienze – i sussidi a petrolio, carbone e gas: 600 miliardi di dollari l’anno da riutilizzare per lo sviluppo delle fonti rinnovabili.  

 “Fermare l’uso del carbone, del petrolio e del gas nei prossimi 32 anni è necessario per risolvere la crisi”, dice Jorgen Randers, l’accademico norvegese esperto di strategia climatica alla Norwegian Business School che ha collaborato a tutti i rapporti del Club di Roma. “Sarà difficile. Ma è l’unica strada per mantenere la crescita della temperatura mondiale nel limite di 1,5 gradi”. 

L’altra via da percorrere è una profonda trasformazione del modello agricolo attualmente basato su un largo uso di combustibili fossili e chimica di sintesi.

Se ai costi di produzione aggiungiamo anche la perdita di ricchezza naturale e di biodiversità, si scopre a sorpresa – afferma l’ultimo rapporto del Club di Roma – che tra le attività a maggior impatto ambientale figurano l’allevamento e la coltivazione del grano: “L’agricoltura si rivela il business più costoso e con margini di profitto drammaticamente negativi”. 

 

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Mario Calabresi
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