Coniglio, Aiutateci a casa nostra – Libri


(di Marzia Apice)
(ANSA) – ROMA, 27 AGO – NICOLA DANIELE CONIGLIO, “Aiutateci a
casa nostra. Perché l’Italia ha bisogno degli immigrati”
(Editori Laterza, pp.138, 14 Euro). Né “aiutiamoli a casa loro”
né tantomeno parliamo di “un mondo senza frontiere”, perché se
c’è un fenomeno da affrontare con le proverbiali vie di mezzo è
proprio quello dell’immigrazione: tra proclami populisti che
mirano alla pancia e slogan romanticamente irragionevoli dei ‘no
borders’, si leva la voce intelligente e imparziale di Nicola
Daniele Coniglio, professore di Politica economica
all’università di Bari, autore per Laterza del saggio “Aiutateci
a casa nostra. Perché l’Italia ha bisogno degli immigrati”.
   
Un’analisi chiara e sintetica, che presenta i risultati di molte
ricerche scientifiche sul tema, e che è utile per comprendere
l’immigrazione da un punto di vista economico, a patto però,
ammonisce Coniglio, che si sia disposti a spogliarsi di ogni
“lente ideologica”.
Immigrati che ci rubano il lavoro, che abusano del welfare,
che rallentano l’economia, che potremmo arginare se solo
costruissimo muri o bloccassimo tutte le navi in arrivo nei
nostri porti; o al contrario apertura indiscriminata delle
frontiere, come se ogni paese potesse accogliere un numero
illimitato di stranieri, senza ripercussioni a livello economico
e sociale: sono tanti i luoghi comuni che, numeri alla mano,
l’autore demolisce nel libro, in pagine piacevolmente cariche di
buon senso. Basterebbe conoscere la realtà economica, la sua
variabile complessità e il funzionamento dei suoi sistemi (e qui
il professore si rivolge ai politici) per provare a governare un
fenomeno inarrestabile, con il quale conviene (a noi e agli
immigrati) fare i conti nel modo più equilibrato possibile.
   
Innanzitutto analizzando i dati si comprende che gli immigrati
non solo non tolgono opportunità lavorative agli italiani (anzi
svolgono lavori spesso faticosi e mal pagati che i nativi non
fanno), ma aumentano la domanda di beni e servizi con la loro
permanenza, fungendo da stimolo per l’economia del paese
ospitante.
Il problema semmai è chiedersi perché l’Italia riesca ad
attirare solo immigrati a bassa qualifica professionale, e non
chi è molto preparato: questo accade sia per via della nostra
posizione geografica (siamo vicini a paesi con bassi tassi di
istruzione terziaria), sia perché la nostra economia è
“sbilanciata verso settori tradizionali e a bassa intensità
tecnologica”. Un elemento quest’ultimo che, a differenza della
geografia, potrebbe essere modificato con adeguate politiche. Se
poi ci si chiede quale sia il bilancio tra entrate e uscite
(quanto gli immigrati contribuiscono al sistema italiano e
quanto invece sottraggono), Coniglio fornisce la risposta: 18,7
miliardi di euro l’apporto contributivo e fiscale da parte degli
stranieri, mentre è di 16,6 miliardi di euro la spesa sostenuta
dal paese, con un saldo positivo pari a 2,1 miliardi di euro.
   
Quello su cui l’autore pone l’accento è la necessità di attuare
al più presto vere politiche di integrazione, la cui mancanza
“genera categorie sociale artificialmente costruite (‘noi’, i
nativi, e ‘loro’, gli immigrati); il risultato è il lento
logorio del collante su cui si fonda il patto che regge il
welfare state: la coesione sociale”.
Che fare dunque? Una strada giusta per Coniglio potrebbero
essere gli schemi di immigrazione temporanea (con visti
temporanei di soggiorno a un numero definito di lavoratori
stranieri), il sistema a punti in entrata che garantisce una
selezione di base e un controllo sugli ingressi e il sistema a
punti in itinere per premiare i comportamenti positivi, o ancora
gli schemi di incentivo finanziario alle migrazioni di ritorno:
nella convinzione che il nostro sarà un “futuro di immigrazione.
   
Possiamo decidere se trasformare questo flusso in risorse
importanti per consolidare e accrescere il nostro benessere
oppure incrementare l’esercito di irregolari”, scrive.
   

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