Cori razzisti a Koulibaly, Boateng: ”Odiano chi ha la pelle nera, dobbiamo dare un segnale”


ROMA – Nel 213 uscì dal campo, durante un’amichevole a Busto Arsizio, per gli ululati razzisti dei tifosi della Pro Patria ai suoi danni. Oggi Kevin Prince Boateng, tornato in Italia, al Sassuolo, dopo gli anni milanisti, è scosso per l’episodio di San Siro contro Koulibaly del Napoli.

Boateng, come si è sentito ad ascoltare quegli ululati a Koulibaly?
“Mi sono sentito male per lui, e anche per me, per tutti. Un dolore”.
Dall’episodio del 2013 sono passati quasi 6 anni: perché non è cambiato nulla?
“Semplicemente perché un passo avanti non è stato fatto. Non è cambiato nulla”.
Crede si tratti di ignoranza o di razzismo?
“Certo che è razzismo. Chi fa queste urla sappiamo perché le fa, per loro una persona di colore è una scimmia. E questo è razzismo. Questi sono anche ignoranti, ma il fondo è razzismo. Chiedi a Koulibaly come si è sentito, uscendo  dal campo. Te lo dico io: era sotto un treno”.
Questo è un Paese che oggi chiude i porti. Crede sia peggiorato?
“Non lo so. Anche in Germania succede. Sicuramente no, non è peggiorato. Ma prima il razzismo si nascondeva di più: prima con me erano solo 50, ora sono stati in 10mila. Allora qualcosa non va bene”. 

Sa che ai protagonisti degli ululati di Busto Arsizio non è stata riconosciuta dalla giustizia la matrice razzista?
“Sicuramente è sbagliato assolverli. Tutti hanno capito che era razzismo. Poi se decidono di chiamarlo in un altro modo non so cosa sia razzismo. Dobbiamo aspettare che qualcuno muoia?”.
Anche Salvini ha detto che è stato giusto non fermare la partita perché non era razzismo. Che ne pensa?
“Se lui dice questo, si sbaglia. E’ razzismo, chiedete a Koulibaly quanto si sentiva male: quella partita la guardavano magari 5 milioni di persone, era il momento giusto di sospendere il gioco. Per far capire che non deve più succedere”.
Se la invitassero a un tavolo istituzionale con il Ministero dell’Interno e la Figc, cosa direbbe?
“Io voglio solo che la gente capisca. Spero trovino le sanzioni giuste, certo, ma voglio che la gente capisca cosa significhi essere insultato così ed essere nero. Non capiscono, odiano chi ha la pelle di un colore diverso”.
Tra voi calciatori parlate dell’argomento? 
“Certo che ne parliamo negli spogliatoi, ci diciamo che ci vuole coraggio. Dobbiamo alzare la voce, dare segnali, lottare. Sennò si andrà sempre avanti così”. 
Le dispiace che non sia mai uno degli avversari a fermarsi?  
“Sarebbe stato un segnale forte se un giocatore dell’Inter si fosse fermato. Tanti su instagram scrivono che sarebbe meglio ignorare il razzismo. Sbagliato, io l’ho ignorato per 2 anni e non lo farò mai più. Abbiamo bisogno di un Colin Kaepernick (giocatore di football che manifestò contro il razzismo, senza contratto dal 2017, ndr), uno che perde tutto per mandare un segnale forte”.
Le sono più capitati episodi spiacevoli? Come si cambia?
“A me non è successo più ma oggi le società possono sempre fare di più. Proposte? Non basta mettere una bandiera sul campo “Say no to racism” o ogni tre settimane quando c’è la Champions fare la pubblicità. Si può fare di più, allo stadio, non necessariamente costose. Educazione in scuola: hai matematica, perché non razzismo. Ma non solo in Italia, anche Germania, Francia non si fa nulla. La pubblicità non basta”.
Nella vita quotidiana ti sono mai capitati problemi simili?
“Una premessa: io amo l’Italia, vivrò qui dopo la mia carriera. Nella vita quotidiana non mi è mai capitato, ma sono uno e 90 e peso 90 chili, magari uno ci pensa un attimo prima”. 
La Uefa introdusse solo 5 anni fa la cosiddetta “tolleranza zero”: cosa ne resta oggi?
“Tolleranza zero non lo posso più sentire. I fatti parlano. Succede ancora e ovunque: si poteva partire sei anni fa, siamo in ritardo ma si può partire ora con fatti concreti”.


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Mario Calabresi
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