Da Magic Johnson ad Abidal da Acerbi a Fanchini: quando lo sportivo vince la partita contro la malattia


FA TENEREZZA Gianluca Vialli quando dice “combatto, sono ottimista ma non so come andrà a finire”. Nessuno lo sa, vale per gli ammalati ma anche per i sani, e comunque tra gli ammalati dello sport è andata a finire benissimo per molti, cancro o non cancro. Forse dipende da com’è fatto dentro un atleta, dalle risorse che deve possedere chi è abituato a lottare contro ogni avversario ogni giorno. Forse c’entrano il fisico allenato e la giovane età, proprio quella che però a volte favorisce la corsa del male, la sua proliferazione rapida. O forse, invece, è solo una questione di tempistica, di buona sorte e destino. Resta il fatto, però, che lo sport presenta una vasta galleria di personaggi che hanno vinto la malattia. Per sé, e in nome di tanti.

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Memorabile è stato l’asso americano del basket Magic Johnson, uno dei primi sieropositivi con il coraggio di dirlo e battersi: lui ci riuscì a tal punto da conquistare la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Barcellona ’92. Di moltissimo oro si è coperto Lance Armstrong dopo il cancro ai testicoli con metastasi a cervello e fegato: tornò in bicicletta più forte di prima, anche se l’altro male che aveva dentro, il doping, quello invece non ha saputo sconfiggerlo e anzi ne è stato totalmente sopraffatto. Proprio l’Epo, il texano cominciò ad assumerla durante la chemioterapia. Un incrocio diabolico.

Più forte di ogni male, di un tumore al fegato con recidiva, il calciatore Abidal ha affrontato il trapianto e il ritorno, e ha addirittura sollevato al cielo una Champions da capitano del Barcellona. C’è anche chi, come il ciclista Ivan Basso, dopo avere battuto il cancro (pure il suo ai testicoli) ha chiuso con lo sport, ma ormai per Ivan era tempo di farlo: quella che conta è la sua salute. In campo più forte di prima è ritornato il calciatore Acerbi, con la volontà di testimoniare il senso della propria battaglia: accade a molti atleti capaci di battere il male, loro lo sanno che in tanti li guardano e li ascoltano e possono trovare più forza. Lo fece in anni lontani Lea Pericoli, in un’epoca in cui esistevano meno cure e risorse di oggi ma lei vinse comunque, e sempre ha poi parlato alle donne dell’importanza della diagnosi precoce e del coraggio.

Coraggio è una parola-chiave, ma anche una parola insidiosa: perché può far credere che la battaglia la vincano solo i più coraggiosi e motivati. Non è così, altrimenti sarebbe offendere i tanti coraggiosissimi che si sono battuti, dentro e fuori lo sport, e hanno perduto. Perché si guarisce o si soccombe per molte diverse ragioni, anche se gli sportivi hanno certamente un approccio diverso perché più competitivo. Una risorsa preziosa per molti, per la tennista Alisa Kleybanova e la pallavolista Eleonora Lo Bianco, per la nuotatrice Dekker e il calciatore Rivalta, per il ciclista Fabrizio Macchi che dopo l’amputazione alla gamba ha trovato una dimensione assoluta a dispetto di tutto, per il calciatore Gutierrez e il cestista Coby Karl, per lo schermidore Paolo Pizzo e i pallavolisti Giacomo Sintini e Daniele Lupo, quest’ultimo protagonista nel beach volley a Rio pochi mesi dopo avere sconfitto il male.

Ultimo esempio in ordine di tempo la sciatrice azzurra Elena Fanchini, più forte del cancro ma appena bloccata da una brutta caduta con frattura. “Però è stato lo sport a darmi la forza, io volevo tornare e sono tornata anche se per cinque giorni soltanto”. Ma dentro quei cinque giorni c’è tutta una vita ed è così che molte volte finisce, caro Gianluca Vialli: finisce vincendo. Te l’ha scritto anche il tuo amico Ciro Ferrara, postando una foto bellissima di voi due abbracciati. Perché, appunto, è anche così che finisce.

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Mario Calabresi
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