De Angelis, il mio fuoco d’inverno – Cinema


Un film “spirituale, cristiano e anche una parabola sulla speranza”. Così il co-sceneggiatore Umberto Contarello, parla in conferenza stampa del film di Edoardo De Angelis, ‘Il vizio della speranza’, passato oggi in concorso alla 13/ma edizione de La festa di Roma e che sarà in sala dal 22 novembre con Medusa. Un’opera dura e difficile quella del regista napoletano di Indivisibili che parla di speranza proprio in un luogo dove sembra non ce ne sia affatto, tra persone ai margini, migranti e locali uniti dagli stessi disagi, votati necessariamente ad ogni tipo di illecito pur di sopravvivere.

Così è la storia di Maria (Pina Turco) che traghetta ogni notte a Castel Volturno le donne di colore incinte costrette a vendere i propri figli. In questa discarica a cielo aperto si consuma la sua vita di donna schiva e timida che si nasconde sempre dietro un cappuccio e che ha una madre malata e una capò troppo ingioiellata e crudele. Unico suo amico il cane meticcio che la segue ovunque. Ma il cinismo di questa donna sbanda e viene meno quando sarà lei a trovarsi di fronte a una scelta difficile e coraggiosa, quando sarà lei ad aspettare un bambino che non credeva neppure di poter avere.

“La resistenza umana è la piu grande delle rivoluzioni – dice De Angelis – . Ho immaginato così un lungo inverno dove tutto sembra morto e dove si accende un fuoco aspettando che la natura rinasca. Occorre la pazienza di aspettare che qualcosa cambi davvero, come fa appunto Maria, alla quale si impone poi un imperativo etico verso il quale la sua unica possibilità è agire”. Dice invece Pina Turco, moglie del regista e brava protagonista di questo film in cui è presente in ogni sequenza: “Edoardo pensava non fossi pronta per questo difficile ruolo. E questa sua sfiducia mi ha invece spinto a fare bene, a dimostrare che ce la potevo fare. Il mio personaggio – continua – era quello di una donna che mangiava ogni giorno polvere ed era un po’ l’emblema di tutti gli uomini e le donne sulla terra”.

“L’Italia oggi è un mix e chi non lo vede è solo perché ha gli occhi appannati – sottolinea ancora il regista – A Castel Volturno, dove è ambientato il mio film, italiani e migranti sono metà e metà. In queste zone c’è però anche tanta vita, quartieri anarchici dove c’è gente che si accoltella, si scambia malattie, vende droghe e futuro, ovvero i propri figli”. E infine ancora su Castel Volturno:” È un rifugio di peccatori, donne e uomini in fuga da fame, guerre o semplicemente da fallimenti professionali e personali. Esseri umani in cerca di un luogo dove ricominciare a vivere. Vengono qui perché ci sono molte case abbandonate, un controllo blando della legge, un clima buono e il mare. 25.000 abitanti regolari e 25.000 irregolari: due eserciti contrapposti che convivono sull’orlo del conflitto”. Le musiche del film sono di Enzo Avitabile.

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