Disegnare l’architettura, la storia delle idee che prendono forma



Il fascino dell’architettura non risiede unicamente nella magniloquenza delle strutture o nell’audacia delle sue forme. L’incanto avvolge questa disciplina ben prima della posa del primo mattone, nel momento in cui l’idea di un edificio si materializza per la prima volta sotto forma di disegno. Oggi siamo abituati a visualizzare i progetti attraverso rendering in 3D, capaci di offrire un’immagine realistica di un nuovo stadio o di un nuovo ponte che si andrà a realizzare. Questo è solo l’ultimo stadio di un processo – rappresentare le costruzioni immaginate – che va avanti da millenni e che si è avvalso di ogni materiale disponibile: dalla pietra fino alla carta. Il primo progetto di cui ha si ha notizia risale al 2130 a.C. ed è inciso su una statua ricavata da pietra diorite. Scoperta da un archeologo francese nel 1880 nella zona dell’antica città sumerica di Girsu, questa statua (terza fiti della gallery che state vedendo) riporta la proiezione ortogonale di un tempio senza finestre dedicato a Ningirsu, il dio personale dell’ensi Gudea, governatore della Mesopotamia meridionale dal 2145 al 2125 a.C..

La statua in questione, senza testa e nota col nome Architect with a Plan, è anche l’esempio di piano architettonico più antico proposto da Drawing Architecture, volume Phaidon (in vendita a circa 52 euro) che raccoglie nelle sue 320 pagine il genio – tra gli altri – di Michelangelo, Frank Gehry, Louise Bourgeois, Tadao Ando, B.V. Doshi, Zaha Hadid, Grafton e Luis Barragán. Le immagini sono più di 250 e documentano disegni, schizzi e bozze che rasentano spesso lo status di opere d’arte. Che non siano tutti ‘classici’ progetti, in fondo, si intuisce fin dall’immagine scelta come copertina del libro, uno schizzo opera di Richard Buckminster Fuller che trovate come ultima foto di questa gallery. L’architetto e inventore statunitense immaginò così il suo geoscope, un gigante planetario per osservare la Luna e le stelle e metterle in relazione alla Terra. Quel disegno visionario prenderà forma per l’Esposizione Universale del 1967 di Montreal, come enorme sfera ricoperta di luci colorate che consentivano di visualizzare modelli di dati su larga scala correlati alla popolazione, alle risorse naturali e alla comunicazione in trasformazione nel mondo. Sulla carta, Fuller, aveva immaginato una società ideale interconnessa, una rete di interazioni per il bene comune. E la cosa straordinaria è che le righe più storte o doppie, che apparentemente sembrano sbavature, indicano nelle intenzioni dell’architetto proprio il movimento di dati/emozioni sulla sfera.


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