Gab, il social alternativo a Twitter dell’ultradestra



NEW YORK – Pochi minuti prima di entrare nella sinagoga Tree of Life di Pittsburgh, il killer Robert Bowers era andato su Gab.com. E ai suoi follower aveva scritto: “Non posso stare seduto e guardare la mia gente che viene massacrata. Vado”. Gab è l’alternativa – così la descrive il fondatore Andrew Torba – ai ‘sinistroidi’ social media come Twitter e Facebook: ai suoi utenti garantisce una ‘totale libertà di espressione e parola’, senza alcun tipo di censura. E proprio per questo nei suoi due anni di vita la piattaforma ha attirato tutti coloro che sono stati cacciati dai social ‘tradizionali’ per i loro contenuti: dall’ideologo di estrema destra Milo Yannupoulos al suprematista bianco Richard Spencer, e al complottista Alex Jones.

L’uso di Gab da parte del killer di Pittsburgh sembra destinato a riaprire il dibattito sulla libertà di parola online e sul ruolo dei social nella radicalizzazione degli utenti. Agli attacchi che l’hanno travolta nelle ultime ore, Gab risponde secca: “La libertà di parola è cruciale per prevenire la violenza. Se la gente non può esprimesi a parole, lo farà con la violenza”. Dal 2016 Gab.com si è affermata come la ‘preferita’ dagli esponenti dell’ultradestra americana, liberi con i 300 caratteri che hanno a disposizione – i cosiddetti Gab che si oppongono ai cinguettii di Twitter – di veicolare il messaggio. E il killer di Pittsburgh ne era un attivo frequentatore: il suo profilo era stato creato in gennaio, da allora vi ha postato 627 messaggi, prevalentemente contro gli ebrei, inclusa una foto ritoccata del campo di concentramento di Auschwitz.

Gab.com, con i suoi 800.000 utenti, è stata scaricata nelle ultime ore da colossi come PayPal che, dopo la strage di Pittsburgh, ha troncato ogni tipo di rapporto. Una decisione che Gab bolla come “collusione con i big dell’hi tech”. Ma PayPal è solo l’ultima in ordine temporale a chiudere i rapporti con Gab. Gran parte della Silicon Valley lo già fatto: Apple ha ripetutamente chiuso la porta alla sua app per i contenuti offerti, soprattuto violenti. Lo ha fatto Google dopo la marcia dei suprematisti bianchi a Charlottesville. E l’elenco è destinato a crescere.


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Mario Calabresi
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