Garigliano, dall’ex centrale nucleare recuperati ferro, rame e plastica


SI PUO’ riciclare una centrale nucleare? Quella di Sessa Aurenica a Garigliano, in provincia di Caserta, è ferma in Italia dal 1982. Da quando è stata disattivata, da oltre trentacinque anni, tra un sito che ancora ospita 2.897 metri cubi di rifiuti radioattivi i lavori per lo smantellamento proseguono passo dopo passo: oggi, in attesa di indicazioni del governo sul futuro del nucleare e  fra operazioni che richiedono massima attenzione, costi elevati e tempo, dal grande impianto sono in partenza dei camion. Dentro c’è ferro, rame, plastica. Perché anche quei materiali, da decenni parte dell’impianto, sono riciclabili, destinati a nuova vita. 

 

L’operazione, lanciata e voluta da Sogin, la società incaricata dallo Stato del decomissioning e proprietaria dell’impianto, ha anche lo scopo di rilanciare il messaggio che persino nel complesso mondo del nucleare è possibile un’economia circolare. Così pezzi di ferro, rame, plastica che ad esempio facevano parte del rotore o l’alternatore della turbina, sono stati estratti per poter passare – dopo attenti controlli – a un nuovo uso: saranno portati ad impianti di riciclo. 

 

Sogin presenta l’idea proprio lì, fra gli uffici della centrale di Garigliano, la stessa dove pressapoco un anno fa fu smantellato il grande camino, simbolo dell’ex impianto radioattivo. La presentazione arriva non a caso in occasione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (Serr): obiettivo è raccontare come le attività di smantellamento degli impianti nucleari vengano progettate e realizzate anche per consentire il recupero.

 

“L’attività del nucleare  è spesso associata, nell’immaginario collettivo, alla sola produzione di rifiuti radioattivi. Come nel caso della turbina del Garigliano, invece, gran parte del materiale smantellato viene recuperato e riciclato. Un modello di economia circolare – spiega l’amministratore delegato di Sogin, Luca Desiata – che stiamo integrando in modo strutturato e sistematico nella progettazione di tutti i lavori di decommissioning”. 

 

La strategia promossa nel rispetto dell’ambiente, raccontano dagli uffici della centrale, è “minimizzazione del quantitativo di rifiuti radioattivi; la separazione, il riutilizzo e il riciclo dei materiali e l’attuazione di politiche di miglioramento delle performance ambientali”. 

 

Ma recuperare i “rifiuti” (non si parla di scorie, ma di materiali non radioattivi) da una centrale non è affatto semplice. Per riuscirci ci sono voluti mesi di lavoro, fino al settembre scorso, in cui il rotore, il cilindro di 105 tonnellate fatto di ferro e rame, è stato estratto e poi sezionato con un filo diamantato in due parti. Stessa sorte è toccata all’alternatore, che oltre a ferro e rame conteneva plastica e pesava quasi 300 tonnellate: bonificato, è stato tagliato e rimosso. 

 

in riproduzione….

Alla fine, dalle due grandi strutture dell’impianto, i tecnici hanno ottenuto 400 tonnellate di materiali: una volta analizzate e ricontrollate il materiale (il 96%) andrà al recupero in fonderie tornando così nel ciclo produttivo, come vuole l’economia circolare. L’operazione, concludono dall’impianto  “terminerà a fine anno” e fa parte della lunga iniziativa destinata al totale smantellamento della turbina, il più grande componente del ciclo termico dell’impianto campano con un peso totale di 1.800 tonnellate, iniziato nel 2016. Anche le sale che oggi ospitano le turbine saranno “riciclate”: una volta concluso il ciclo di smantellamento diventeranno le aree per il recupero di altri materiali.

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Mario Calabresi
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