Gaugamela, dove Alessandro Magno piegò Dario – Arte


Fu teatro di uno dei più epici incontri e scontri fra Occidente e Oriente. Luogo dove la Storia scelse da che parte stare, segnando la fine di un mondo e l’inizio di una nuova era, l’Ellenismo. Eppure, mai le fonti si erano trovare concordi sulla sua collocazione. Oggi sono una Missione e un archeologo italiani a indicare il sito della battaglia di Gaugamela, dove nel 331 a.C le truppe di Alessandro Magno sconfissero l’esercito del re persiano Dario III. Si tratta del Land of Nineveh Archaeological Project dell’Università di Udine e del team guidato da Daniele Morandi Bonacossi, che ogni anno coinvolge 25 specialisti e che dal 2012 sta studiando, mappando e scavando nel Kurdistan Iracheno un’area di 3 mila metri quadri, una delle più ampie mai rilasciate in Iraq, fino a oggi poco sondata perché proprio lungo la linea del fronte con il Califfato.

Tra i 1100 siti archeologici rinvenuti (cifra record che fa di questa zona una delle più ricche della Mesopotamia), dopo l’ultima missione – sostenuta dal Ministero degli Esteri, Agenzia Italiana per Cooperazione allo Sviluppo, Ministero dell’Istruzione, Regione Friuli Venezia Giulia e Fondazione Friuli – oggi Morandi Bonacossi punta dritto l’indice sulla cartina: il campo della battaglia di Gaugamela coincide con l’area di Gomel, al tempo “solo un piccolo villaggio rurale, rifondato proprio alla fine del IV secolo”, racconta lo studioso presentando la scoperta a Roma, alla presenza dell’Ambasciatore della Repubblica dell’Iraq Ahmad A.H. Bamarni. “La prova regina – dice – è lo studio filologico del toponimo del sito”, che andando indietro nel tempo e nelle dizioni arriva al nome di epoca assira Gammagara/Gamgamara, “trovato in un’iscrizione celebrativa del re Sennacherib”. Tra scavi stratigrafici, tecnologie all’avanguardia, droni e fotografie scattate nei programmi di spionaggio negli anni ’60-’70 (Corona, Hexagon o dagli aerei spia U-2, che mostrano il territorio prima dell’espansione di Mosul e Duhok), a confermare la tesi dell’Università di Udine sono poi tre rilievi che tracciano la presenza di Alessandro Magno, scolpiti lungo quella infinita rete di canali di irrigazioni costruita dal re Sennacherib per portare acqua a Ninive. In tutto 250 chilometri, con i più antichi acquedotti in pietra della Storia (di ben 400 anni precedenti a quelli romani), per la quale la Missione sta elaborando con il CNR un progetto di Parco archeologico e un dossier per il suo inserimento nella tentative list dell’Unesco.

“Nei punti in cui si deviava il corso del fiume – racconta Morandi Bonacossi – si usava scolpire nella roccia alcuni rilievi. Quello di Gali Zerdak, sulla montagna che domina Gomel, ribattezzata Monte Nikatorion, il monte della vittoria”, raffigura “una Nike alata che porge una corona a un cavaliere nell’iconografia tipica di Alessandro Magno. C’è poi quello di Khinis, a 20 chilometri, dove un cavaliere di età partica cela un ritratto di Alessandro condottiero”. E ancora, “completamente sconosciuto, il rilievo di Nirok”, con un volto contornato da soli, “proprio come il ritratto di Alessandro al Museo di Bruxelles”. Risultati di “un’eccellenza di un sistema in cui il Friuli Venezia Giulia ha sempre investito – commenta l’Assessore all’istruzione della Regione, Alessia Rosolen – convinti che sia un fortissimo strumento di diplomazia scientifica e culturale”. Intanto Daniele Morandi Bonacossi già guarda a quel che potrà raccontargli ancora il deserto. “Ora speriamo di poter scavare alcuni rilievi assiri che abbiamo appena scoperto tra i canali – dice -. Il prossimo anno punteremo alla regione di Herbil, verso una città del III millennio a.C che segnò la nascita delle prime strutture urbane in Mesopotamia”.




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