Giovanni, Andrea, Lorenzo e Matteo: i volti della nuova generazione di hacker


ROMA – Una nuova generazione di hacker è pronta a difenderci dalle guerre digitali che verranno. Ha il volto imberbe di Giovanni e il sorriso largo di Andrea. Il cespuglio di ricci di Dario, i basettoni di Lorenzo, e un’età che va dai 17 ai 23 anni. Sono i dieci ragazzi che rappresentano l’Italia ai campionati europei di sicurezza informatica, appena cominciati a Londra. Una competizione promossa dalla Commissione europea e dall’Agenzia europea per la sicurezza delle reti dell’informazione, che li vede sfidare 16 squadre a colpi di codici in grado di mandare in tilt ospedali e centrali elettriche. Non fantascienza, ma realtà. Come ha dimostrato WannaCry, ransomware che nel 2017 ha messo ko le strutture sanitarie inglesi. 
Scenari a cui sono preparati, assicura Marco Squarcina, uno dei tre allenatori del gruppo: “Vediamo crescere il livello di competenze di anno in anno”. Squarcina è uno degli organizzatori di CyberChallenge.IT, un percorso di formazione che ha portato a selezionare i componenti del team. A vederli allenare tra le stanze dell’ex convento francescano di Lucca, ora sede della Scuola di Alti Studi, colpisce l’assenza di donne. Una disparità che ha radici profonde su cui si sta lavorando. L’atmosfera è allegra. Sugli stereotipi che li vogliono incappucciati e solitari preferiscono scherzarci su. Ma non transigono sulla definizione mediatica che spesso associa la parola hacker a criminale, senza tener conto di una cruciale distinzione tra chi sceglie di sfruttare le proprie abilità per le truffe, i furti di dati o lo spionaggio, e chi le mette a servizio della sicurezza dei cittadini. Come loro: giovani, etici e alla moda.

 

Andrea Biondo: “Oggi fare l’hacker è di moda” 


Giovanni, Andrea, Lorenzo e Matteo: i volti della nuova generazione di hacker

Voleva giocare alla PlayStation con i videogame ideati da lui. Così Andrea Biondo, 22 anni, ha iniziato a cercare un modo per aggirare i controlli che impongono di installare sulla console solo giochi autorizzati. “Rompere le cose è stato il mio pallino da adolescente. Una sfida intellettuale che ancora mi piace, anche se adesso sto cercando di mettermi dall’altra parte della barricata e pensare a come proteggerle”. Andrea studia al primo anno della magistrale in informatica dell’università di Padova. Oggi è un talento nell’analisi dei programmi e sa come sfruttarne i punti deboli per prendere il controllo del dispositivo su cui sono installati. “Di solito funziona così: noto qualcosa che non va in una riga di codice e poi ci sbatto la testa fino a che non becco la falla”. Ma è anche l’anti-stereotipo fatto ragazzo. Barba e look curato, ottimo ballerino di breakdance. “Forse pensare a dei nerd poteva avere senso dieci anni fa. Ma i tempi sono cambiati. Oggi fare l’hacker è di moda”.

 

Giovanni Schiavon: “Sogno una sicurezza online a portata di tutti”


Giovanni, Andrea, Lorenzo e Matteo: i volti della nuova generazione di hacker

Come un cubo di Rubik. O, meglio, un insieme di rompicapi. Sono le sfide informatiche immaginate da Giovanni Schiavon. Arrampicatore per passione, sarà lui a capitanare la squadra di giovani hacker che ci rappresenterà in Europa, forte dell’allenamento estivo al Def Con: la competizione di settore più importante del mondo in cui gareggiano i migliori. “Un’esperienza spettacolare, grazie a cui ho imparato tanto: per qualificarci abbiamo giocato 48 ore chiusi in un laboratorio dell’università e dormito sui materassini”. Poi la finale a Las Vegas, negli Stati Uniti, “da paura”. Ventidue anni e una laurea al Politecnico di Milano, Giovanni è fresco d’assunzione: andrà a lavorare per Google con il compito di testare i prodotti che la compagnia vorrebbe comprare. Il suo sogno è rendere la sicurezza informatica pop. A portata di tutti. “Muoversi in modo sicuro, soprattutto su Internet, non è ancora semplice. Ma stiamo andando nella giusta direzione e a me piacerebbe fare la differenza”. 

 

Lorenzo Leonardini: “L’informatica? Questione d’impegno”


Giovanni, Andrea, Lorenzo e Matteo: i volti della nuova generazione di hacker

Ha i basettoni come David Tennant nella decima incarnazione del protagonista della serie tv Doctor Who, di cui è fan. Ma per controllare dispositivi da remoto e analizzare dati, Lorenzo Leonardini non usa un immaginario cacciavite sonico, sfrutta le abilità da hacker. Un amore sbocciato quando era alle medie, durante un noioso pomeriggio d’estate. “Mi sono imbattuto in un video tutorial su YouTube che insegnava a programmare Pong”. Poi ha imparato a scrivere siti web, come a suonare il sassofono e la chitarra, tutto da autodidatta. Lorenzo, oggi 17enne, ha all’attivo anche una collaborazione con la Scuola di robotica di Genova. Vede l’informatica come una terra delle opportunità che apre infinite porte. Lui non vuole chiuderne nessuna, ma mettersi alla prova e sperimentare. Un po’ come il Doctor Who che a ogni stagione cambia volto e personalità. La versatilità è la caratteristica che gli piace di più. “Le capacità contano fino a un certo punto, è soprattutto una questione d’impegno e passione. Basta studiare ed è possibile creare qualsiasi cosa”.

 

Qian Matteo Chen: “Negli smartphone noto ciò che non mi piace”


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“Negli smartphone guardo subito ciò che non mi piace”. Qian Matteo Chen ama notare i difetti della tecnologia, in cerca di alternative. Nato in Italia 21 anni fa da genitori cinesi, è un asso della crittografia, quel ramo della sicurezza informatica che usiamo quotidianamente in chat: ci permette di inviare messaggi senza che qualcuno non autorizzato ne legga il contenuto. Bronzo alle olimpiadi di matematica nel 2014, quest’anno ha partecipato ad oltre 100 competizioni tra hacker. Quando il gioco si fa duro, ha un trucco: scomporre i problemi in sfide più piccole fino a trovare la soluzione. “Vorrei lavorare per una grande azienda come Microsoft: rimanere in Italia sarà difficile”. Ad attirarlo di più è l’automazione: “Ogni giorno occupiamo tantissimo tempo a compiere azioni ripetitive: per esempio, comparare i prezzi dei prodotti. Invece, basterebbe saper scrivere un programma che faccia tutto al posto nostro, mentre ci dedichiamo ad altro”. Come una bella dormita, il passatempo preferito di Matteo.  

 


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