Grunberg, le bugie del mio psichiatra – Libri


(di Mauretta Capuano)
(ANSA) – ROMA, 23 MAR – ARNON GRUNBERG, TERAPIE ALTERNATIVE
PER FAMIGLIE DISPERATE (BOMPIANI, PP 423, EURO 19). Due volte
vincitore, caso unico e raro, del premio per il miglior libro
d’esordio, prima con ‘Lunedì blu’ firmato con il suo vero nome e
poi con ‘Storia della mia calvizie’ sotto lo pseudonimo di Marek
von der Jagt, l’olandese Arnon Grunberg arriva a Roma con il suo
ultimo libro ‘Terapie alternative per famiglie disperate’
(Bompiani). E nel nuovo romanzo ci racconta il rapporto di un
figlio, uno psichiatra specializzato nella prevenzione dei
suicidi, con l’anziana madre affidata alle cure di due ragazze
nepalesi. Ma c’è anche un padre transgender, una realtà “sempre
più crescente in Usa e volevo non riguardasse solo i giovani,
anche un anziano che quando muore sua moglie diventa lui la
moglie”, spiega all’ANSA lo scrittore.
   
“Come piccolo indizio nella copertina del libro che ho
scritto sotto pseudonimo avevo messo una foto da giovane di
Pessoa, però nessuno lo ha colto” racconta Grunberg che è un
appassionato di Pessoa e delle migliaia di pseudonimi che ha
usato.
   
In ‘Terapie alternative per famiglie disperate’ si realizza
una serie di equivoci in cui lo psichiatra resta invischiato.
   
“Il protagonista mente per proteggere qualcuno a cui vuole
bene, suo padre e sua madre. Se pensiamo al mentire e all’amore
immaginiamo soprattutto i casi di tradimento, di infedeltà. Ma i
bambini, per esempio, cominciano a mentire, non tanto per
nascondere le loro malefatte ma per non deludere i genitori,
perché vogliono proteggerli. La menzogna è sempre ambigua in
questo senso. Kant non sarebbe d’accordo, c’è un imperativo, è
sempre una cattiva condotta. Io lo trovo invece molto più
ambiguo, anche di tutela degli altri” dice Grunberg tra i
protagonisti di Libri Come, la festa del Libro e della Lettura
all’Auditorium Parco della Musica di Roma. “La menzogna, se la
metti in atto, la devi costruire bene” aggiunge lo scrittore che
è partito da un’idea semplice quando ha iniziato questa storia.
   
“Sapevo però che oltre al rapporto madre-figlio volevo
toccare altri temi. Non è un processo lineare, ma piuttosto una
cosa che prende forma e si modifica in corso d’opera. Ho
cominciato a scrivere a 23 anni e poi per molto tempo mi sono
occupato di cronache e questioni letterarie e sentivo un po’ la
mancanza di un contatto con le questioni d’attualità e ho
cominciato ad aprirmi ad altro. Quando mi sono trovato a
contatto con realtà molto difficili, certe volte ho avuto uno
shock, ma anche emozioni vicine alla gioia”.
   
Per questo libro ha attinto anche alla sua esperienza per
dieci giorni, da giornalista embedded in una clinica
psichiatrica in Belgio. “Lo psichiatra che si occupa della
prevenzione dei suicidi interviene solo per poche ore, deve
prendere una decisione immediata sul ricovero o sul lasciar
andare il paziente. Prima dell’esperienza nella clinica
psichiatrica in Belgio sono stato con le truppe americane in
Afghanistan per un reportage e ho deciso che una o due volte
l’anno voglio dedicarmi a progetti di questo tipo. A volte uso
questo materiale come ispirazione per un romanzo, altre no”
racconta Grunberg che vive e lavora a New York dove collabora
con testate come il “New York Times”.
Il romanzo dà voce alla grande solitudine, al doppio e alla
perdita, portando lo psichiatra a lasciarsi travolgere dalle
emozioni e a rimettere in discussione la sua vita. “In America i
suicidi, soprattutto della popolazione maschile, sono in
considerevole aumento” spiega l’autore. E poi aggiunge: “Il
territorio su cui indago è soprattutto quello della volontà di
tenere qualcuno in vita. Il rapporto si complica quando il mio
psichiatra si porta a casa un paziente e fa una cosa non
prevista, valica un confine che non è previsto dai protocolli.
   
Proprio nella clinica in Belgio c’era un paziente che si
lamentava del fatto che i medici nel loro approccio alla cura
devono attenersi a protocolli molto stretti, quando invece lo
psichiatra avrebbe bisogno di maggior libertà e creatività”.
   
E conclude: “Ognuno di noi ha una vita pubblica, una privata
e una segreta e di nessuno poi mai dire ‘conosco questa
persona’”. (ANSA).
   

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