Huawei: “HarmonyOS è il piano B; Android sarà sempre la prima scelta”



DONGGUAN (Shenzhen) – Se necessario, il piano B (HarmonyOS) è pronto a diventare operativo in un paio di giorni. Due o tre, al massimo. “Sia chiaro, la nostra prima scelta è e sarà sempre Android. Ma, se ce ne verrà impedito l’uso, faremo quel che dobbiamo fare”. È il puro e semplice pragmatismo a guidare Chenglu Wang, l’uomo che ora più che mai ha in mano il destino di Huawei. Un passato da sviluppatore tra le fila dell’azienda, oggi è il presidente del dipartimento software del Consumer business group, la divisione che si occupa di commercializzare smartphone, tv, computer e altri accessori prodotti dal gigante cinese.

Compito non facile in questa congiuntura storica. Questione di giorni e sulla sua testa potrebbe calare una ghigliottina: il 19 agosto scadrà la proroga al bando che impedisce a Huawei di acquistare componenti dalle compagnie statunitensi e si saprà se l’azienda potrà, o meno, continuare a utilizzare le parti coperte da licenza di Android, il sistema operativo di Google di cui attualmente si serve per far funzionare i propri telefoni e venderli nel mondo. Usare solo la versione open source significherebbe fare a meno dell’ecosistema di applicazioni di Mountain View, che sono ormai parte della vita quotidiana dei consumatori al di fuori della Cina, e diventare meno competitivi rispetto ai concorrenti sul mercato internazionale. Wang lo sa bene, ma non sembra preoccupato. Trova persino il coraggio di scherzare, lasciandosi sfuggire un italianissimo “Oh, mamma mia!”. “Avere paura è inutile — dice —. Anche se ne avessimo, anche se fossimo terrorizzati dall’idea di non poter più sfruttare Android, non c’è nulla che potremmo fare al riguardo”.

All’intervista di gruppo, organizzata con i giornalisti europei, si presenta con la spilla di Emui 10 – la nuova interfaccia basata su Android Q che debutterà in versione beta sui P30 il prossimo settembre – appuntata sulla camicia, lato del cuore. Ha l’aria di chi sa il fatto suo. A tradire la pressione sono solo le goccioline di sudore che gli imperlano la fronte di tanto in tanto. Ma i colpi non si limita ad incassarli, li sferra. Alza il tono quando replica alle accuse legate alla sicurezza delle informazioni e alle backdoor, cioè quegli accessi nei dispositivi lasciati aperti, che potrebbero essere usati per spiare: “Abbiamo affrontato i controlli di sicurezza più rigidi del mondo e fino ad ora non è emerso alcun problema. Tutti possono verificare che non abbiamo mai sottratto le informazioni degli operatori di telefonia con cui lavoriamo, né dei loro utenti”.

Con pazienza, poi, rassicura chi ha già acquistato uno smartphone firmato Huawei: “Abbiamo discusso con Google e stabilito che, nel rispetto delle leggi, potremo avere tutti gli aggiornamenti di Android Q, quindi per un anno non dovremo preoccuparci degli aggiornamenti software. Per quel che riguarda gli aggiornamenti di sicurezza, invece, tutti i principali sono disponibili nella comunità open source. Abbiamo la capacità, così come il diritto, di accedere a questi codici e metterli a disposizione degli utenti. La sicurezza dei nostri telefoni è garantita a vita”.

Wang ci tiene a raccontare un aneddoto su come le decisioni politiche statunitensi stiano già avendo delle conseguenze anche per Google. Avevano pensato di condividere con Big G il codice del loro Ark compiler: un programma che traduce il linguaggio dei programmatori nel linguaggio delle macchine. Promette di essere più veloce ed efficiente di quelli attualmente esistenti e di migliorare le prestazioni di Android. “Sfortunatamente, dopo quanto accaduto lo scorso 16 maggio, questa idea di collaborazione si è dovuta fermare”, sostiene. Se Trump dovesse confermare il bando come sembra intenzionato a fare stando alle ultime notizie, – prosegue Wang – a Shenzhen faranno quel che “devono” cioè passare a HarmonyOS, il nuovo sistema operativo che l’azienda cinese ha appena presentato durante la sua prima conferenza per sviluppatori.

Un software che Wang paragona “a un’antica invenzione cinese”: la stampa a caratteri mobili. “Per stampare qualcosa è sufficiente muovere gli stampini all’interno di un grande telaio. Allo stesso modo, HarmonyOS può essere usato su diversi dispositivi”. Un esempio delle applicazioni viene mostrato su Honor Vision, la prima tv equipaggiata con il nuovo software made in Huawei, destinata al mercato cinese. Chi l’acquisterà, potrà utilizzare lo schermo della televisione (un 4k HDR da 55 pollici) per fare le videochiamate attraverso lo smartphone.

“Rimaniamo fiduciosi sui rapporti con gli Stati Uniti, ecco perché stiamo spingendo HarmonyOS su altri prodotti e non sugli smartphone”, spiega Wang. Ma, “nel peggiore scenario possibile”, diventerà un jolly da giocare. Certo, la transizione non sarà priva di dolori. Le stime le ha fatte il fondatore di Huawei, Ren Zhengfei, che ha quantificato le perdite in 30 miliardi di dollari nei prossimi due anni. Il capo del software conferma: “Probabilmente attraverseremo un periodo molto doloroso. Ma dopo il biennio contiamo di far avanzare lo sviluppo rapidamente e di poter offrire ai nostri utenti servizi di qualità che vanno oltre la nostra immaginazione”.


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