I buoni propositi di Zuckerberg: “Nel 2019 dibattiti sul futuro della tecnologia”


CI RISIAMO. Anche quest’anno dovremo fare i conti con i buoni propositi. No, non i nostri che puntualmente tradiremo, ma quelli di Mark Zuckerberg, il fondatore e amministratore delegato di Facebook. Che, come al solito all’inizio dell’anno, proprio alla sua piattaforma affida gli obiettivi personali che si pone per i prossimi 12 mesi. Se quelli degli scorsi anni erano stati molto concreti, quest’anno le ambizioni si alzano di livello: come ha titolato la Cnbc, Zuck vorrebbe dar eil suo contributo per “aiutare a risolvere i problemi della tecnologia”. Sembra facile, quando la stessa piattaforma di cui è al comando – lo aveva ammesso lui stesso pochi giorni prima – non sembra così semplice da aggiustare.
                                       
Nel corso degli anni questa tradizione ha perso tutto il suo lato in qualche maniera legato agli hobby, alle abilità, al migliroamento delle qualità personali. Cioè quell’alone motivazionale che garantisce (garantiva?) il volto pulito di Zuck per prendere di petto i problemi della sua strana creatura. Nell’ordine, se nel 2014 aveva imparato il cinese mandarino (sfoderandolo poi in occasione di una sua visita e lasciando a bocca aperta gli studenti della celebre università Tsinghua), l’anno dopo aveva scelto di leggere almeno 25 libri, nel 2016 si era ripromesso di correre 365 miglia e di costruire un sistema di intelligenza artificiale per la propria casa, tornando dunque a “sporcarsi le mani” nella programmazione, e nel 2017 si era imbarcato in un giro d’America incontrando persone da tutti e 50 gli Stati, tanto da illudere che potesse candidarsi alle primarie con il Partito democratico, l’anno scorso la questione era pericolosamente tornata a ripiegarsi sui drammi della piattaforma.
 

Quest’anno si va oltre. Sembra quasi che Zuckerberg voglia lanciare una sorta di think tank digitale: “La mia sfida per il 2019 è ospitare una serie di discussioni pubbliche sul futuro della tecnologia all’interno della società – ha scritto in un post – le opportunità, le sfide, le speranze e le ansie. A distanza di poche settimane l’uno dall’altro terrò incontri in cui parlerò con leader, esperti e persone della nostra comunità da ambiti differenti e proverò diversi formati per fare in modo che questi incontri siano interessanti. Saranno tutti pubblici, sulle mie pagine Facebook o Instagram o su altri media”.
 
L’elemento centrale, dopo un drammatico biennio di bombardamenti sotto i più diversi fronti – ci sono perfino degli investitori che lo vorrebbero fuori dalla società, ma il 34enne ne mantiene saldamente il controllo col 60% dei diritti di voto – è mostrarsi umile: “Sarà intellettualmente interessante – ha aggiunto il fondatore del social blu – ma è anche una sfida personale per me. Sono un ingegnere e sono abituato a dare forma alle mie idee e sperare che parlino da sole. Ma data l’importanza di quello che facciamo, questo approccio non va più bene. Ecco perché mi metterò in gioco anche in situazioni in cui non mi sento a mio agio e mi impegnerò in alcuni di questi dibattiti sul futuro, sui compromessi a cui siamo costretti e su dove vogliamo dirigerci”. Tradotto: starò a sentirvi di più, ascolterò i critici, cercherà di fare tesoro degli attacchi.
 
Dunque, si è chiesto il sito The Verge che ha criticamente titolato sul fatto che sarebbe anche ora di smetterla con questi buoni propositi, Zuck lancerà un talk show? In realtà l’imprenditore non è nuovo a questi confronti, visto che per anni ha tenuto sessioni di domande e risposte con utenti, accademici, dipendenti di Facebook, politici e colleghi imprenditori, spesso in streaming su Facebook, ospitati nei posti più diversi (se ne ricorda uno anche all’università Luiss di Roma il 31 agosto 2016).
 
Evidentemente le chiacchiere non bastano: servono incontri più specifici, a cuore aperto, sui pasticci e sui limiti di Facebook. Un obiettivo che era nell’aria. Appena sotto le feste il Ceo di Facebook, colosso da 2,5 miliardi di utenti che tuttavia ha perso il 30% del valore delle azioni nel 2018 e sembra non sapere come uscire da certi vicoli ciechi, aveva spiegato come “serviranno anni per risolvere i problemi”. Per limitarsi al solo 2018, basta elencare lo scandalo Cambridge Analytica che ha innescato una bomba sulla privacy in mezzo mondo, il crollo in Borsa di luglio, il rallentamento della crescita degli utenti negli Stati Uniti e in Canada, e un pur minimale ma significativo calo in Europa. Senza contare l’addio dal gruppo di pezzi grossi come i fondatori di Instagram Kevin Systrom e Mike Krieger, a settembre, rimpiazzati dal braccio destro Adam Mosseri, e prima l’uscita di scena dell’ex responsabile della sicurezza Alex Stamos. Il tutto mentre Zuck ha continuato a mettere la faccia su ogni questione, l’esercito di moderatori è salito a 20mila persone in tutto il mondo ma alcuni fronti, dalla disinformazione all’hate speech passando per le intossicazioni delle campagne elettorali, rimanevano nella sostanza irrisolti.
 
Anche nell’ultimo post in ordine di tempo Zuckerberg torna sulle ferite che più lo hanno colpito e costretto a imbarcarsi in nello “scusa tour” di fronte al Congresso Usa e al Parlamento Europeo: “Ci sono così tante e grandi questioni sul mondo in cui vogliamo vivere e sul ruolo della tecnologia in quel mondo – ha aggiunto – vogliamo che la tecnologia dia ancora più voce alle persone o che i tradizionali intermediari controllino quali idee possano essere espresse?”. E ancora: “Dovremmo decentralizzare l’autorità tramite la crittografia o altri metodi per assegnare più potere nelle mani della gente? In un mondo in cui molte comunità fisiche si stanno indebolendo, che ruolo può giocare internet nel rinforzare il nostro tessuto sociale?”. E così via, chiedendosi anche come si possa costruire una rete che aiuti le persone a collaborare per occuparsi dei più grandi problemi del mondo che richiedono appunto un approccio su scala globale. Senza dimenticare i soliti temi dell’automazione, dell’intelligenza artificiale e della ricerca. Il 2019 non sarà semplice, questo è certo.
 

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Mario Calabresi
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