Il lupo siciliano ‘cugino’ di quello appenninico. “Sterminato dall’uomo”



IL LUPO abitava e predava, in Sicilia, fin dalla preistoria, l’aveva colonizzata prima di greci, dei cartaginesi e dei romani, quando ancora l’isola era attaccata alla punta della penisola italiana. Poi l’uomo lo ha sconfitto. Era rimasto isolato da quando la Sicilia si era staccata, il lupo siciliano era diventato così una sottospecie del lupo appenninico. Più piccolo e costretto a cacciare quello che trovava. Prima caprioli e cervi e, dopo la loro scomparsa, gli armenti nei pascoli dalle Madonie ai Nebrodi al Bosco della Ficuzza. E questa è stata la sua condanna a morte, cacciato fino all’estinzione.

Del lupo, in Sicilia, non si ha più traccia dagli anni 20-30 del ‘900: “È stato perseguitato, cacciato perché attaccava gli allevamenti e i pascoli dopo che le sue prede selvatiche si sono estinte nell’isola” spiega Francesco Maria Angelici, lo zoologo che ha firmato i due studi, uno descrittivo e uno sull’analisi del Dna, grazie ai quali il lupo siciliano è stato riconosciuto come sottospecie del lupo appenninico.

Lo speciale interattivoATTENTI AL LUPO

Le sue prede erano cervi, daini e caprioli, scomparsi prima di lui. Secondo lo studio, il lupo siciliano era l’unico predatore insulare dell’area mediterranea: “All’inizio del ventesimo secolo c’erano ancora i lupari, c’è chi ricorda i racconti dei nonni – continua Angelici che è primo autore dei due paper, il secondo dei quali pubblicato su Zoological science – i lupari venivano assoldati e pagati da contadini e allevatori. Mettevano una taglia per uccidere i lupi che rappresentavano un rischio per il bestiame. E una volta ucciso, il lupo veniva portato come in trionfo per le vie del paese. Il termine lupara, il fucile a canne mozze tipico di queste terre, deriva proprio dalla caccia al lupo”.

Le testimonianze di abbattimenti di lupi arrivano fino agli anni ’30, ma si pensa che gli ultimi esemplari siano stati uccisi tra gli anni ’50 e ’60: “Fino agli anni ’70, d’altronde, in Italia era legale cacciare il lupo. Era considerato specie nociva, non solo in Sicilia ma in tutta la penisola”, sottolinea Angelici.

A differenza dell’Appennino, dove la caccia li aveva decimati ma il ripopolamento è arrivato nel corso degli ultimi decenni, i lupi siciliani sono rimasti isolati tra 35.000 e 18.000 anni fa, quando è venuto a mancare il ponte tra l’isola e il continente e come suggeriscono le analisi del Dna. E il lupo siciliano si è differenziato, diventando un ‘cugino’ di quello appenninico: “Prima si pensava che fossero uguali, ma l’isolamento ha generato abitudini alimentari e di caccia differenti, più variegate, in boschi e zone aride. È diventato più piccolo, come succede spesso nelle isole, rientra nella tendenza di quello che chiamiamo ‘nanismo insulare’, causato da prede più piccole e dall’accoppiamento tra una cerchia di individui ristretta. Aveva un cranio molto più piccolo, era più basso e più leggero, pelo più chiaro e la caratteristica striscia sulla zampa anteriore, che contraddistingue i lupi, quasi assente”.

Gli zoologi hanno analizzato l’aspetto del lupo siciliano studiando alcuni esemplari conservati in musei non solo siciliani. Quello di riferimento è conservato a Firenze, al Museo di storia naturale, la Specola: “È quello dal quale abbiamo estratto il Dna indicativo del nuovo ‘taxon’ – sottolinea Angelici – prelevandolo dalla parte interna del dente. Poi abbiamo raccolto altri campioni da pelo e ossa del cranio di altri individui”. Il risultato è stato che ora il lupo siciliano è riconosciuto come sottospecie del Canis lupus (il ‘lupo grigio’), distinto da quello ‘italicus’, cioè quello appenninico.

La sottospecie siciliana ha preso il nome scientifico di Canis lupus cristaldii, suggerito dal team guidato da Angelici in onore del professor Mauro Cristaldi, professore di Anatomia comparata nato a Roma ma di origine siciliana, scomparso nel 2016: “In 150 anni nessuno si era mai accordo di questa differenziazione, di una nuova sottospecie – conclude Angelici – purtroppo è un tassello della nostra biodiversità che è andato perduto”.


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