Il pudore, tra censura e libertà – Libri


(ANSA) – ROMA, 18 DIC – MARTA BONESCHI, IL COMUNE SENSO DEL PUDORE (il Mulino, pp.208, 15 Euro). La doppia morale del Fascismo, con la virilità sbandierata di un duce che ‘tutto può’ e il resto della popolazione imbrigliato nelle regole della pubblica ‘pudicizia’. La battaglia nei primi anni del secolo scorso di Margherita Sarfatti per sdoganare l’educazione sessuale, soprattutto per le classi più disagiate, accanto all’invito di Matilde Serao rivolto alle donne di preservarsi e non mostrarsi agli sguardi maschili, senza lasciare scoperta neppure la caviglia. Le maglie della censura strette tante volte attorno a Pier Paolo Pasolini e ai suoi film, il sequestro di Ultimo tango a Parigi di Bernardo Bertolucci con la controversa ‘scena del burro’ interpretata da Marlon Brando e Maria Schneider, la pubblica gogna per Mina madre di un figlio avuto da un uomo sposato. E poi la distanza siderale tra un sesso che per gran parte del ‘900 era ritenuto lecito solo nel talamo nuziale, almeno ufficialmente, e l’approccio esibizionista alla sessualità dei nostri tempi, con la sfera dell’intimità che diventa “un mercato di massa a buon prezzo”. “Il comune senso del pudore” è il titolo dell’interessante saggio di Marta Boneschi, edito da il Mulino, nel quale la giornalista e storica ripercorre con brio e rigore scientifico la storia del ‘900 dal punto di vista di ciò che attiene al sesso, alla moralità e all’indecenza. Che cosa è il pudore, chi ne decide i limiti e con quale diritto? Quando si può parlare di indecenza e quando ancora di libertà? Sono alcune delle domande a cui Boneschi tenta di rispondere offrendo al lettore una riflessione di ampio respiro, che inizia proprio dall’analisi del concetto di pudore e delle sue implicazioni nella vita collettiva e del singolo. Di certo il pudore è insieme “un sentimento e un comportamento”, qualcosa di sfaccettato e difficilmente definibile, che muta al mutare della società e delle epoche ma anche in base alla soggettività.
    Partendo dalla fine dell’800, quando una morale condivisa ha faticato a emergere per via di cambiamenti sociali, politici, economici e culturali che hanno modificato radicalmente il contesto e aperto la strada a moralisti e predicatori, l’autrice arriva ai nostri giorni, in cui si vive un analogo momento di confusione e di transizione, nel vortice frenetico della società della comunicazione globale. Tanti gli aneddoti e i personaggi, le sentenze e i processi eclatanti, i fatti culturali e storici che si affollano nel libro (basti pensare alle molteplici battaglie nate attorno al corpo delle donne), per dare un quadro che racconta tanto del carattere della nostra Italia: un Paese spesso e volentieri bigotto, in cui alle spinte modernizzatrici si sono opposte fazioni di censori e moralisti pronti a combattere con ogni mezzo (dal richiamo al cattolicesimo alla denuncia in tribunale alla condanna di fronte all’opinione pubblica) la ‘corruzione dei costumi’. Peccato perché dalla storia già vissuta in tema di pudore, scandali, buone maniere e morale condivisa non abbiamo forse tratto grandi insegnamenti: basta guardare la situazione attuale, con una libertà sfacciata (o finta?) che sdogana ogni forma di esibizione del sé, del sesso, del nudo e del turpiloquio. Sembra che il comune senso del pudore ormai sia caduto sotto i colpi di un’umanità narcisista e voyeur, in un quadro morale indefinito che lascia prevalere il ‘fai da te’: “occorre prendere atto che non se n’è andato soltanto il pudore biblico, protezione del corpo e tutela di sé, se ne sono andati anche il pudore delle buone maniere, il rispetto di sé e della sensibilità altrui”, scrive Boneschi. Per ritrovare un nuovo senso del pudore, secondo l’autrice, sarà utile aspettare che il tempo passi e che l’orizzonte si rischiari, arginando la deleteria azione di chi si indigna e punta il dito senza indicare soluzioni condivise.(ANSA).
   

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