Il romanzo di Lonah, keniana d’Israele: “E pensare che correvo solo per prendere il bus…”


ROMA – La prima medaglia europea dell’atletica israeliana (ad agosto scorso nei 10mila femminili di Berlino) prende forma in una zona agricola lontano migliaia di chilometri da Israele, un luogo semplice abitato da migliaia di persone animate da una misteriosa e inesauribile speranza, dove gente piena di figli e di campi da coltivare, di patate da cuocere a pranzo e a cena e di distanze da percorrere per necessità, formano immense comunità: “Vengo da un Paese, il Kenya, che conosce una sola verità: quella della vita scandita giorno per giorno, senza alcuna certezza”. 
 

Lonah Chemtai Salpeter non aveva pianificato un bel nulla e neppure aveva così grandi rapporti con lo sport. Non sapeva cosa fosse il talento (il suo). “A casa avevamo altro cui pensare”. Pensi ai kenyani e li vedi arrampicarsi sulle colline, sugli sterrati, prima a competere con la natura, poi con se stessi, poi contro qualche avversario. Lei no. Era una kenyana che correva soltanto per prendere l’autobus. Lonah è nata 30 anni fa sapendo di dover incurvare la schiena, eppure sempre con un sorriso a disposizione degli altri, un sorriso reso ancora più affascinante e unico dal ‘bait’ che usa quando si allena per allentare le rigidità: “La mia vita è diventata un romanzo e non so neppure perché, forse doveva andare così, da qualche parte era scritto, non so, nelle stelle, nelle mani di un creatore…”. 

E’ lei la star ‘We Run Rome’, giunta alla sua ottava edizione, lei il fiore all’occhiello dell’ormai consueta 10 km (una corsa di S. Silvestro modernizzata con allegata la manifestazione non competitiva, partenza e arrivo alle Terme di Caracalla) che si disputa a Roma oggi: “Mai stata a Roma, sono eccitata, so anche che le strade di Roma sono una sfida, si corre su una superficie irregolare, sarà ancora più stimolante. Anche per i piedi! Come li chiamate? Sampietrini, vero?”. Ha qualcosa di italiano. Si è allenata al Sestriere. Si fa consigliare da Renato Canova. A novembre ha vinto la maratona di Firenze. “E tutto cominciò quando, diciamo così, alzai lo sguardo verso il cielo per capire se l’orizzonte conosciuto si sarebbe potuto allargare”. 
 

Seguendo la traccia di mille mattoncini di volontà, Lonah accetta di emigrare. Ha appena 20 anni e la curiosità è una benzina formidabile. Così accetta una singolare offerta: “Vieni con noi in Israele”. A fare cosa? Lì per lì non sa cosa rispondere. “Vieni, dai”. L’ambasciatore del Kenya a Tel Aviv è dolcemente insistente: ha bisogno di una babysitter per i figli. Dopo una notte a riflettere Lonah esce, in un attimo è alla sala d’imbarco che aspetta la chiamata del volo, e non aveva mai preso un aereo, mai uscita dal suo Paese. Nel frattempo mamma piange ma onestamente era impossibile immaginare uno scenario diverso. Babysitter: “Non avevo molto tempo per il resto”.

Poi lo trova. Comincia a correre. E corre forte. E’ l’ennesima sfida di una donna che ama mettersi in gioco: “Altrimenti non sarei qui. La vita è fiducia”. Nel 2011 incontra Dan Salpeter, coach ed estimatore. A volte, innamorarsi con l’atletica fra i piedi è uno dei traguardi più belli, lavorare insieme aumenta la suggestione. Si sposano nel 2014. Qualche mese dopo nasce Roy. Nella maratona olimpica di Rio si ferma al 33° chilometro perché la spalla non si muove quasi più, “e quando si muove fa male”. Peccato dice lei. Colpa, si fa per dire, di Roy: “E del latte nel seno che mi rendeva difficoltoso l’equilibrio negli appoggi”. Non si è preoccupata. E’ agonisticamente giovanissima, nonostante i suoi 28 anni. A Berlino nei 10mila lascia seconda e terza a quasi dieci secondi: “E adesso voglio scendere sotto i 31 minuti”. E visitare San Pietro. E magari pure il Colosseo.


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Mario Calabresi
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