India, Punjab; spara e uccide la figlia che non voleva digiunare per il Ramadan


ISLAMABAD (AsiaNews/Agenzie) – Un pakistano della provincia del Punjab – si apprende da Asianews -ha ucciso la figlia perché non voleva digiunare per il Ramadan. È accaduto nella tarda serata del 17 maggio, nel villaggio 71/D di Malka Hans, nel distretto di Pakpattan. La vittima si chiamava Umme Samina e aveva 18 anni. Secondo gli inquirenti, la giovane aveva rifiutato di osservare il digiuno sacro per l’islam per motivi di salute. La polizia di Malka Hans ha arrestato Gulzar Ahmed, il padre di Samina. Il caso è venuto alla luce grazie alla denuncia di Mukhtar Ahmed, zio della ragazza. Egli ha raccontato che suo fratello si era infuriato perché la figlia non lo aveva svegliato per il Sehri, il pasto della mattina consumato prima che sorga il sole. L’assassino è un uomo con dipendenza da alcol e precedenti penali, per i quali ha scontato due anni di prigione. Di fronte all’opposizione della 18enne, egli ha preso una pistola e le ha sparato. La ragazza è morta sul colpo.

Le rigide regole del digiuno. Il Ramadan, iniziato il 6 maggio, è il mese sacro che l’islam dedica al digiuno e alla preghiera. Esso è uno dei cinque pilastri (doveri) dell’islam insieme al pellegrinaggio alla Mecca, alla preghiera canonica, alla testimonianza di fede e al versamento dell’elemosina. Per quasi un mese i musulmani si astengono dal mangiare e dal bere, dall’alba al tramonto; proibiti anche il fumo e i rapporti sessuali. L’Iftar, che rompe il digiuno, è il pasto principale nell’arco delle 24 ore e si consuma la sera. Secondo la tradizione islamica, ogni persona che abbia superato la pubertà e sia sana di mente e corpo deve seguire il precetto. Sono esentati quanti hanno problemi psicologici, i bambini sotto l’età della pubertà, gli anziani, i malati, i viaggiatori e le donne incinte, che allattano, o appena entrate nel ciclo mestruale. Sebbene il non digiuno sia consentito nei casi citati, coloro che non si astengono da cibo e bevande durante il Ramadan sono oggetto di discriminazione, o addirittura persecuzione, nella maggioranza dei Paesi in cui l’islam è una religione di Stato.

 


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