Inghilterra, addio ad Harrison: il sosia di Ferguson che creò Beckham



ROMA – Facevano strage di cuori. Avevano talento, fascino, qualità. Fuori dai cancelli li aspettavano a frotte per toccarli, per vedersi regalare un sorriso o una pacca sulla spalla. Firmavano autografi su diari, giornali, giornaletti, magliette, polsini, fogli bianchi, fogli lisci, fogli già scarabocchiati, scontrini, palloni. Ma non erano i Beatles. Girarono un documentario su di loro (“The Class of ’92”) e quel che ne uscì furono la ricapitolazione di una storia che aveva quasi dell’irripetibile e la messinscena di una moderna vicenda sportiva ed umana, fatta di agonismo e condita da un’amicizia ricca di sentori di strada. Li chiamarono in molti modi. Il primo fu “Fergie’s Fledglings”, i pulcini di Fergie. I pulcini erano loro, i ragazzi del ’92, David Beckham, Ryan Giggs, Paul Scholes, Nicky Butt, Gary e Phil Neville (ma anche Robbie Savage e Keith Gillespie che avrebbero fatto fortuna lontano dalla città) la cucciolata più strabiliante della scuola calcio del Manchester United e una delle manifestazioni di gruppo più strabilianti e proficue del pallone degli ultimi 30 anni.

Fergie era Alex Ferguson, il manager del club. A quel tempo Ferguson aveva un “sosia”. Nemmeno si era accorto, il futuro Sir, che quel suo collega gli somigliasse così tanto. Quando usciva dalla doccia, con i suoi capelli biondi e lisci, appena screziati di bianco, Eric Harrison pareva davvero la controfigura del capobanda scozzese approdato in Inghilterra nel 1986 con le idee già chiare e soprattutto un’immensa dote: “La capacità di ascoltare”, puntualizzava Giggs. Un solo volto, riassunto in due teste pensanti, spinse lo United nella sua fase più luminosa: vincere divenne un’oscena, travolgente abitudine. Due notti fa, a 81 anni, Eric Harrison se n’è andato, in sordina, “come la delicata tromba di un un romantico assolo”. “He was on the sly”, ha scritto Beckham, esaltando la discrezione del suo perduto maestro, protagonista di una vita ispirata a un filosofico starsene in disparte.

Paul Scholes ricordava che fu difficile persino convincerlo ad unirsi al gruppo delle sue creature, già grandicelle, per la fotoricordo del 2008, con le grandi orecchie della Champions in primo piano. “Gli dobbiamo tutto, abbiamo perso l’uomo che ci ha creati”, ha twittato all’alba di ieri Gary Neville. Se i ragazzi del ’92 hanno saputo applicare l’arte al calcio lo dovevano più a lui che a Sir Alex, uomo fortunato, al quale spettò di dare l’ultimo ritocco, l’ultima pennellata, al talento sviluppato dagli “Eric’s boys” durante l’età dell’innocenza. Il mentore dei giovani, l’uomo che inventò David Beckham, cui Harrison insegnò il modo giusto per colpire il pallone da fermo (“Bend it like Beckham!”, recitava il titolo di un popolare film), non raccontava mai di sé. O quantomeno mai abbastanza perché qualcuno ci ricamasse sopra come accadeva con i nomi che grazie a lui avevano cominciato a mietere trofei in giro per il mondo. Non era falsa modestia: era vero imbarazzo.

Quando i suoi ragazzi vinsero la Youth Cup, nel ’92, Harrison sparì per quattro giorni, incapace di adattarsi alla moltiplicazione dei riflettori, per quanto la luce fosse ancora, relativamente bassa. Era arrivato allo United nel 1981, su richiesta di Ron Atkinson, che gli chiese di occuparsi dell’academy perché i suoi contatti gli avevano descritto con entusiasmo i metodi usati da Harrison nelle giovanili dell’Everton. Harrison cambiò le regole e lo stile dell’apprendimento allo United, puntando su un fattore (allora) rivoluzionario per il calcio inglese: il controllo di palla. Quando Atkinson venne esonerato, Harrison trascorse due ore in un negozio di pellame. Era andato a comprarsi una valigia più grande perché s’era convinto che avrebbero cacciato pure lui. Invece Ferguson disse: “Se resti faremo belle cose, dammi più giovani forti e io ti prometto che debutteranno subito in prima squadra”. Belle fu un aggettivo limitante. Nel ’93 Scholes era già titolare. Dalla sua fabbrica erano già usciti Mark Hughes e Norman Whiteside. Sapeva infondere ai ragazzi “carattere e determinazione” che uniti ai piedi buoni voleva dire: nascita di una miscela esplosiva vincente e durevole. “Dava loro una prospettiva, un cammino da percorrere”, ha aggiunto Ferguson. 

Due anni fa Beckham andò a trovarlo nella casa di cura che lo ospitava dal 2014. “Aveva una voce così flebile”, disse David. Mentre era lì gli tornò alla mente ciò che quella voce, non ancora flebile, gli sussurrava spesso durante gli allenamenti nell’impianto di “The Cliff”: “Smettila con quei passaggi hollywoodiani!”. Gli chiedeva di essere più semplice: “Tanto non devi dimostrare a nessuno quanto sono buoni i tuoi piedi! Sono buoni e basta!”. Harrison ha smesso di lavorare con Ferguson e con lo United nel 2008 dopo la conquista della seconda Champions del club. Dal 2014 ha iniziato lentamente a dimenticare volti, persone, eventi. Ma non tutto. Nonostante l’Alzheimer alzò lo sguardo e fissò Beckham per dieci secondi, in quel giorno di visita, con le labbra tremolanti. Poi stringendogli forte la mano disse: “Bravo”. 


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