Inghilterra, Bury: 134 anni di storia a un passo dall’estinzione. E i tifosi le provano tutte


ROMA – Bury. Una squadra di calcio che sembra piuttosto la desinenza di un luogo qualsiasi, purché inglese. Una squadra di calcio da salvare per quanto il suo nome, trasformato in verbo, voglia dire l’esatto contrario di ogni possibile salvezza (non quella del campo, forse del camposanto): seppellire. Ebbene il Bury, che non gioca (ma è presente) in League One, sta per fallire. Per trovarla bisogna scorrere la classifica della League One (la serie C inglese) e avere pazienza perché il Bury arriva, stremati noi come la squadra, entrambi sulle ginocchia, soltanto alla fine, quando un malinconico meno dodici di penalizzazione e la proibizione a scendere in campo finché non siano rispettati gli accordi finanziari con la Lega (la Football League che gestisce tutto il calcio inglese all’infuori della Premier) evidenziano la sua esistenza precaria, a un passo dall’estinzione. Cose che capitano nell’era in cui conta più essere dentro la Brexit che fuori dall’Europa. Cose che capitano a gruppi ormai dissolti di faccendieri legati alla seconda industrializzazione della cosiddetta “greater Manchester”, oppure all’agricoltura del latifondista o del contadino alla buona, agli anni in cui nascevano come funghi squadre di calcio animate dai più coloriti entusiasmi (Blackburn, Preston, Bolton) in piccole realtà urbane o suburbane, pronte ad accompagnare la crescita delle città da cui prendevano fondi, manovalanza e luce (in senso figurato e letterale). O alle quali le medesime virtù fornivano.

Ma le piccole città d’Inghilterra, in questa Inghilterra ancora ricca ma diseguale, stanno, secondo molti, scomparendo. Basta fare due conti, così, alla mano. Da quando esiste l’attuale governo, ossia dal 2010, dalle casse comunali di Bury sono stati stornati per decreto, all’anno, 85 milioni di sterline, ossia il 61% delle precedenti sovvenzioni. E con le cittadina va sparendo anche il calcio che le ha da sempre contraddistinte. Non sono in pochi a evidenziare il paradosso che intorno alla metropoli dei miliardi arabi e americani che sostengono City e United ormai non esistano che stracci e disperazione sportiva. L’ex capo del Bury Joe Hart si è incatenato a un tubo di scarico dello stadio di Bury, il Gigg Lane. E molti sono certi che tale esposizione sia stata quanto mai “grottesca eppure opportuna”. Sembra che i tifosi abbiamo proposto di offrire aiuto, sia in termini di banale solidarietà sia di contributo concreto (qualche soldo, pulizia dello stadio).

La Lega tuttavia non sembra cedere. Il buco del club è enorme e la portavoce della Football League Debbie Jevans ha dichiarato che il Bury potrà tornare a giocare soltanto se verrà pagato il 99% della cifra mancante. Cosa in questo momento del tutto impossibile. La “deadline” per evitare che il Bury finisca dell’imbuto dell’antimateria calcistica scade oggi, martedì, alle 18 ora inglese. “Io spero che si possa ottenere una deroga ma come diceva mio padre”, ha proseguito Hart, “non si può mai dire finché l’arbitro non fischia la fine della partita”. Forse il padre di Hart conosceva Boskov: “Magari vivremo per altri 134 anni!”. Già perché il club esiste dal 1885. E nessuno vuole che passi da Bury a “buried”. L’attuale proprietario Steve Dale sta cercando di trovare un accordo per lasciare il club alla C&N Sporting Risk, società che con quel “risk” alla fine non ha decisamente un nome rassicurante. Ci vogliono i soldi. Subito e tanti.
 


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