Inquinamento Pfas, il 65 per cento dei veneti controllati ha valori del sangue alterati


Il 65 per cento delle persone controllate dalla Regione Veneto, secondo il nono e ultimo screening realizzato sull’inquinamento da Pfas, ha valori elevati di perfluoroalchilici nel sangue e dovrà passare a un test medico di secondo livello. La questione nata nel Nord-Ovest di Vicenza con l’azienda chimica Miteni – oggi fallita – sta diventando una vera e propria emergenza clinica, certificata da autorità che per lungo tempo l’hanno sottovalutata o nascosta.

A partire dal dicembre 2016 l’amministrazione del Veneto – richiamata sul problema dall’attività dell’epidemiologo di Valdagno, Vincenzo Cordiano – ha invitato novantamila persone tra i 14 e i 65 anni, residenti in trenta comuni attorno a Trissino, a realizzare controlli preventivi del sangue. Fin qui l’assessorato alla Sanità ha spedito 47.123 inviti, raggiungendo la metà degli interessati. Si sono presentati ai laboratori in 25.288: un’adesione del 61,7 per cento, quindi elevata, che certifica le preoccupazioni di chi vive nell’Alto Vicentino. Bene, 16.400 persone – il 65 per cento di chi si è sottoposto ai test – hanno valori di Pfas superiori a quelli indicati, in via del tutto autonoma, dalla Regione Veneto. Di fronte a un’assenza di risposte da parte prima dell’ex ministro dell’Ambiente Gian Luca Galetti e ora di Sergio Costa, in carica, la Regione Veneto da settembre 2017 ha fissato il limite dei perfluoalchilici presenti nell’uomo in 90 nanogrammi per litro di sangue, intesi come somma di Pfoa e Pfos (composti tra loro familiari).  

I valori elevati di Pfas nei 16.400 cittadini si sono affiancati ad alterazioni della pressione arteriosa o degli esami bioumorali. In particolare, nei controlli per i ragazzi-adulti sono stati riscontrati valori elevati per due tipi di colesterolo e per l’Egfr (stima la funzionalità dei reni) mentre sui 272 “soggetti in età pediatrica” sono stati accertati colesterolo alto e perdita di albumine.

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“Necessario un secondo controllo”

A tutti coloro a cui sono stati riscontrati sia i valori anomali di Pfas che gli indicatori clinici alterati è stato suggerito – e offerto gratuitamente – un percorso di approfondimento di secondo livello. Francesca Russo, responsabile della Direzione prevenzione della Regione Veneto, ora dice: “Ci stiamo muovendo con grande prudenza e, di fronte a un’alterazione degli esami ematochimici, suggeriamo di indagare ulteriormente”. Sono tredici i comuni nell’area rossa cosiddetta A, quella con acquedotti inquinati prima dell’applicazione dei filtri e localizzati sopra la falda sotterranea toccata. Diciassette sono, invece, in area rossa B. Quattro, poi, i composti rinvenuti in più del 50 per cento della popolazione monitorata: Pfoa, Pfos, Pfhxs e Pfna. La letteratura medica mondiale ne sta dimostrando la pericolosità per l’uomo. “Le concentrazioni aumentano con il passare del tempo trascorso nell’area sotto controllo”, si legge nell’ultimo rapporto della Regione Veneto. Le persone anziane hanno, presumibilmente, i valori chimici più elevati.
 
“Cinquant’anni di esposizione ai perfluorati ora approdano a un’emergenza clinica”, dice Il dottor Cordiano, pioniere medico sull’argomento: “Un disastro ambientale si sta ripercuotendo nel modo peggiore sulla salute di chi vive in queste terre. Credo che il Piano di controllo regionale avviato non sia sufficiente, serve uno studio epidemiologico approfondito”.

L’appello ai presidenti delle Regioni

Il comitato Mamme No Pfas in questi giorni ha inviato a tutti i presidenti delle Regioni italiane – non soltanto a Luca Zaia, governatore del Veneto – un video nel quale chiedono che siano fissati limiti nazionali “pari a zero” per la presenza nell’ambiente delle sostanze Pfas e per tutti gli interferenti endocrini. “Sono un inquinante perfetto perché inodore, insapore e incolore”, spiegano. Appoggiandosi a uno studio redatto dal Cnr nel 2013 che estendeva il problema “alle regioni sotto l’asta del Po”, le mamme No Pfas ora dicono: “Non vogliamo che quanto accaduto in Veneto avvenga in altre aree industriali del Paese”. Nei luoghi della produzione delle pelli, innanzitutto, dove si usa il prodotto per rendere impermeabili i capi.

Il commissario delegato dalla Protezione civile all’emergenza Pfas, Nicola Dell’Acqua, spiega: “Stiamo investendo cento milioni per evitare che l’acqua inquinata arrivi ai rubinetti dei veneti”. Sono quattro le province coinvolte: Vicenza, Verona, Padova e Rovigo. “Venti milioni sono già stati appaltati per la costruzione di pozzi nuovi e la posa di sedici chilometri di tubature”, continua il commissario, “non dovremo più pescare dalla falda del Gorzone e sposteremo la presa d’acqua nel Veronese, nel Padovano e a Recoaro, provincia di Vicenza”.


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