Insegnare l’Arte, si può? – Libri


(di Daniela Giammusso)
(ANSA) – ROMA, 25 GEN – DARIO EVOLA, LA FUNZIONE MODERNA
DELL’ARTE, MIMESIS, pp.256, 26,00 EURO
Qual’è il senso dell’arte oggi? Quale il suo ruolo e le sue
possibilità, una volta esaurite le grandi spinte della
rivoluzione dell’età moderna? E soprattutto, l’arte si può
insegnare? Sono alcuni dei temi cui cerca di rispondere Dario
Evola, insegnante di Estetica all’Accademia di Belle Arti di
Roma e membro della Società Italiana d’Estetica, nel suo ultimo
lavoro: ”La funzione moderna dell’arte”, che Mimesis pubblica
nella collana Forme del possibile.
   
Correndo lungo il doppio binario del rapporto arte-vita e
arte-formazione, il volume si interroga a partire dalla nascita,
nel XVIII secolo, di tre istituzioni che segnarono una svolta
nella storia del pensiero occidentale: il Museo moderno,
l’Accademia di Belle Arti e l’Estetica. ”In particolare –
racconta l’autore presentando il volume alla Galleria Nazionale
d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma – l’avvento del museo
moderno, inteso come museo-laboratorio, lo dobbiamo alla Roma
dei Papi, che non solo aprirono i Capitolini, ma favorirono
l”esperienza’, fornendo matite e carta per disegnare o
promuovendo la vendita di cataloghi. Inizia così l’idea del
Grand Tour. Ci sono poi le Accademie, completamente ripensate,
in cui l’artista non è più solo l’esecutore di bottega ma un
intellettuale, consapevole della sua funzione progettuale e del
suo ruolo sociale. Penso all’Accademia di Firenze del Vasari e
la San Luca di Roma”. L’estetica infine ridefinisce la teoria
del bello sensibile come azione intellettuale critica, giudizio,
gusto. I salons di Diderot, le mostre, il mercato, aprono un
nuovo sguardo da Winckelmann a Canova, Kant e l’Encyclopédie.
   
L’arte diventa ”scienza dell’arte”, mezzo di conoscenza e
identità.
Il XIX secolo con la rivoluzione industriale, la macchina, la
fotografia e il cinema, apre una nuova fase, che si sviluppa nel
Novecento all’insegna della riproducibilità tecnica, della
perdita dell’aura e della consapevolezza del disagio sociale
nella metropoli. Il museo diventa luogo produttore di un nuovo
immaginario che come l’arte non riproduce ma riconfigura sguardi
e narrazioni ”out of the joint”, per citare l’esposizione
permanente della collezione della Gnam.
   
”Il tempo fuori dai suoi cardini – prosegue Evola – è l’unica
risposta possibile in questo spaventoso processo di omologazione
e mancanza di orizzonti che le strutture sociali, politiche ed
estetiche hanno costruito. Che si tratti di un pittore o un
attore, l’essenza del lavoro artistico si gioca su tre istanze:
imparare, praticare, produrre. Oggi invece siamo davanti non
solo alla banalizzazione del pensiero unico, ma viviamo
l’assenza del tragico, la mancanza di consapevolezza. E l’arte è
entrata nella sfera della comunicazione, si è appiattita su
questo processo, tornando nuovamente al ruolo di servitù”. E
allora il grande tema diventa, si può insegnare l’Arte? ”Due
paradigmi vanno rovesciati – continua Evola, sollevando anche
l’annoso problema dell’equiparazione del titolo di studio tra
Accademie d’arte e Università – Ovvero che con la cultura non si
campa, frase molto grave se detta in Italia, per di più in una
sede istituzionale; e lo stress dei beni culturali. I musei –
spiega – non dovrebbero produrre economia, come si vuole oggi,
ma pensiero, ricerca. Su questo dobbiamo lavorare molto,
metterci insieme, Accademie e Musei. Intendiamoci – sottolinea
allontanando l’idea di una cultura d’elite – non è una questione
di quantità ma di qualità. Le grandi Esposizioni universali si
caratterizzarono proprio sulla possibilità inedita di attirare
grandissime masse di spettatori, creando nuovi sguardi ed
esperienze estetiche. Da lì, ad esempio, è nato il cinema. Il
problema è come si caratterizza l’esperienza. Se non è
accompagnata da strumenti, dall’educazione alla ricerca o alla
ricezione, è solo spettacolo. Il problema quindi non sono le
cene a lume di candela in un museo, ma in quale tipo di
esperienza si traduce la visita. Per questo è fondamentale la
mediazione culturale e la formazione. Due compiti cui lo Stato
in Italia sta venendo meno”.(ANSA).
   




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