La Capria, la mia idea di letteratura – Libri


(ANSA) – ROMA, 19 OTT – RAFFAELE LA CAPRIA, IL FALLIMENTO DELLA CONSAPEVOLEZZA (MONDADORI, PP 113, EURO 18,00) La letteratura come “una specie di ancora di salvezza”, i libri di Benedetto Croce come uno “spiraglio aperto sul mondo”, il Premio Strega nel ’61 con ‘Ferito a morte’, vinto per un punto, e “il poetico litigio” con Napoli. E’ un viaggio a ritroso che diventa testamento spirituale, tra verità e trasfigurazione narrativa, ‘Il fallimento della consapevolezza’ di Raffaele La Capria. Pubblicato da Mondadori e presentato in anteprima alla sede della Società Dante Alighieri di Roma, il libro comprende anche alcune lettere inedite inviate nel ’43 all’amato amico Peppino Patroni Griffi.
    “Sono fondamentalmente ottimista però spesso indago sulle ragioni di chi è pessimista” spiega lo scrittore che il 3 ottobre ha compiuto 96 anni. E precisa: “Non sono ottimista a vuoto, ma per natura. Il mio rapporto con le persone e le cose è sempre in senso positivo”. Anche se “il futuro era ed è spaventoso”.
    Scritte mentre La Capria era militare a Caserta, nel 1943, e arrivate imprevedibilmente nelle mani dello scrittore quando ha compiuto 93 anni, le lettere inedite a Peppino Patroni Griffi, trovate in un cassetto dimenticato in casa dell’amico, ci mostrano un La Capria ventenne, di buona famiglia, un po’ viziato, che non sopportava l'”idiozia’ della vita militare. “Sono lettere molto giovanili, appassionate, dolenti e complicate da sentimenti ancora in formazione, che io ho scritto al mio amico più caro, a Peppino, a cui mi legava un’amicizia ‘totale’ che solo tra ragazzi, e nelle circostanze che sono descritte, poteva nascere” dice La Capria, che si firma Duddù, come lo chiamano amici.
    Nato nel 1922 a Napoli, in una “città che ha molti volti e che recita se stessa”, La Capria si racconta anche attraverso la scoperta di scrittori come Marcel Proust, Musil, Kafka, Faulkner ed Hemingway. E attraverso il ricordo dei grandi personaggi che hanno attraversato la sua vita come Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Antonio Ghirelli, Anna Maria Ortese, Elsa Morante, in un percorso che diventa letteratura. Ci sono gli anni felici della Dolce Vita, breve “come la mia giovinezza che li attraversò” racconta lo scrittore. Erano anni di una “bella confusione” dove “intorno ai tavoli dei caffè Rosati e Canova, attori, registi, architetti, scenografi, pittori, scrittori, politici si scambiavano opinioni. Non come oggi, tempo in cui gli scrittori stanno con gli scrittori, i pittori con i pittori, e nessuna ‘bella confusione’ rende vivace la conversazione” dice La Capria.
    Ma il vero dramma di questi anni è che “oggi non abbiamo più alcun criterio per osservare e capire meglio la realtà che ci circonda. E’ come se parlassimo una lingua che dobbiamo ancora imparare bene” ha spiegato La Capria nel suo intervento alla sede della Società Dante Alighieri a Roma. E “questa è la condizione oggi non solo dello scrittore. Per parlarsi in modo adeguato, per capirsi, non ci sono più i fondamenti di una volta, questo è il senso – ha aggiunto – del titolo del mio libro ‘Il fallimento della consapevolezza’”. Nella raccolta anche un’autopresentazione in cui si definisce per negazione: “Raffaele La Capria non è uno scrittore a tempo pieno come Italo Calvino” e ancora “non è un intellettuale tutto passione e ideologia come Pasolini, un virtuoso del linguaggio come Gadda o Arbasino…”. Non si considera “né un letterato né un romanziere, è uno che sta in mezzo e cerca di combinare una naturale inclinazione saggistica con una naturale inclinazione narrativa, fondendo le due cose – quando capita – con una certa levità”. Tra i luoghi comuni cita il fatto che ‘Ferito a morte’ sia stato considerato il romanzo della “dolce vita napoletana”. In quel libro lo scrittore voleva dire “dello spreco del tempo a Napoli, di quella terribile dissipazione per cui un giorno o dieci anni sono esattamente la stessa cosa. A Napoli “città inafferrabile” e al “desiderio di svelarne l’anima nascosta” sono dedicate tante pagine tra cui la conversazione, riportata nel libro, con il sociologo Domenico De Masi, avvenuta il 20 settembre 1995, in cui dice che nelle fisionomie dei napoletani “vedi una specie di società multirazziale già realizzata”. (ANSA).
   




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