La plebe e la lingua di Roma del Belli – Libri


(ANSA) – ROMA, 26 DIC – GIUSEPPE GIOACCHINO BELLI, ”I SONETTI” (EINAUDI, 4 vol per complessive pp. 5.038, euro 240,00).
    Lo scrittore Antonio Baldini parlò per primo di ”Commedione”, alludendo in particolare al poema dantesco ma anche alla Commedia umana di Balzac, a proposito dell’insieme dei sonetti romaneschi di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), mentre un linguista e studioso come Muzio Mazzocchi Alemanni non esitò a definire il poeta romano ”un creatore linguistico come Joyce, un artista della parola per la parola come Mallarme”, questo per ricordarne il valore senza nulla levare alla fruibilità immediata che hanno sempre avuto i suoi versi, molto popolari.
    Oggi, a venti anni esatti dall’uscita dell’ultima edizione critica dei sonetti, quella in due volumi a cura di Marcello Teodonio (Ed. Newton Compton), ne manda in libreria Einaudi una definitiva in quattro monumentali volumi, ricca di introduzioni, dati, note e commenti saggistici a ognuno dei 2.279 sonetti, varianti, versi incompiuti, indici, a cura di Lucio Felici, Edoardo Ripari e Pietro Gibellini, il quale intitola la sua introduzione generale ”Belli moderno Dante”. Alla ”Divina Commedia” di Dante aveva alluso il poeta Giorgio Vigolo per primo, visto che i sonetti vanno a formare un corpus unico, un poema e soprattutto vivono di una commistione tra sacro e profano, poi finiscono implicitamente per giudicare e denunciare (specie figure e aspetti del potere temporale papalino), cantando assieme le gioie spicciole, quotidiane del sapersi godere la vita, infine perché, costruisce anche Belli un vivace ritratto di un mondo al tramonto, che rende il meglio quando dalla lingua passa al suo volgare, il romanesco, con cui, tra aristocrazia dei prelati e plebe romana, racconta vizi e caratteri umani profondi, che si fanno esemplari e eterni.
    Belli, per Gibellini, ”riesce nel miracolo di trattare una materia da ‘Comédie humaine’ in un mega canzoniere, di conciliare Balzac e Leopardi, di creare con i suoi monologhi una poesia-teatro”.
    Ancor oggi, nonostante questo, a livello accademico è un autore poco considerato e patisce dell’essere stato visto poeta solo dialettale e per di più licenzioso, senza comprenderne la forza critica e eversiva che era altrove rispetto ai versi più libertini. La prima edizione ”purgatissima” di parte dell’opera in romanesco del Belli apparve postuma a cura del figlio Ciro cui aveva chiesto di bruciarla. Seguirono altre raccolte, ma la lettura critica e filologica piu’ importante, anche per gli studi e le pubblicazioni successive più significative a cura di Maria Teresa Lanza, di Bruno Cagli e di Roberto Vighi, arrivo’ solo nel 1952 con l’edizione a cura di Vigolo. Tutta la produzione romanesca iniziò per Belli, che era comunque già fecondo poeta in italiano, con un sonetto per i ”lustrissimi” partecipanti a un banchetto e che oggi apre la raccolta, e fu come la vena più popolare che era in lui, non ancora quarantenne, desse luogo a un’ondata di piena che produrrà nell’arco di dieci anni, tra il 1827 e il 1837, la maggior parte delle centinaia di suoi sonetti, umano teatro di un’epoca e un luogo, ma capace di farsi emblematica di un sentire esistenziale e della capacità di sorridere davanti alla drammatica, contraddittoria bolgia dell’inferno della vita. La sua non era maniera o folclore, ma espressione ”di un grande poeta che, con ”un’immersione realistica nel fango della vita e della lingua… si fa popolano per diventare protagonista” della gente di Roma, cui fa dire quel che pensano, sanno e fanno, come ribadisce sempre Gibellini, ricordando anche come alcuni papi fossero divenuti suo bersaglio, mentre ”una luce costantemente sinistra investe i cardinali”. In vita, pur essendo cosciente, come scrisse, di aver costruito ”un monumento di quello che è oggi la plebe di Roma”, lui non pensò mai di pubblicarli, arrivando perfino a desiderare che fossero distrutti dopo la sua morte, perché intrisi di ”pensieri e parole riprovevoli”, allo stesso modo rinnegando la paternità di alcune copie che circolavano clandestine. Forse anche per questi suoi timori, smise di scrivere nel 1849, con Pio IX Papa e negli anni della repubblica romana del Mazzini, per il timore che le sue poesie venissero scambiate per testi sovversivi, e ha una svolta reazionaria sempre dichiarandosi devoto alla Chiesa e conducendo una vita solitaria e malinconica fino alla morte, idea e tema che torna sempre nei suoi versi: ”Er tempo fija, è ppeggio d’una lima / Rosica sordo sordo e tt’assottijja / Che ggnisun giorno sei quella de prima”.
   




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