La sfida del catamarano verde: “Insegniamo a salvare gli oceani dalla plastica”


NEL paradiso dipinto da Paul Gauguin gli ambasciatori anti plastica solcano il mare fissando la terraferma. È lì, oltre le coste e dentro i palazzi del potere, che intendono portare il loro messaggio. «Per riuscire a salvare gli oceani dobbiamo cambiare le nostre abitudini nelle città, nei villaggi, nei i luoghi in cui viviamo. Dobbiamo agire alla fonte» dicono i membri di Race for Water, il grande catamarano di 35 metri che viaggia a energie rinnovabili ed è impegnato dal 2017 sino al 2021 a girare il mondo per sensibilizzare i Paesi sull’inquinamento da plastica. La spedizione di questa barca svizzera – che assomiglia a una navicella intergalattica – è al suo secondo capitolo, l’odissea. Il primo fu nel 2015, quando attraversò le grandi “isole di plastica” degli oceani mostrando all’equipaggio una situazione assai sconcertante: i frammenti di polimeri incontrati erano così tanti che «risultava impensabile cercare di ripulire i mari: bisognava quindi ripartire dall’educazione sulla terraferma» dicono.

Così, nel tentativo di salvare «la più grande risorsa dell’umanità, l’acqua», nell’aprile 2017 il catamarano sponsorizzato da Breguet è salpato per un nuovo viaggio di cinque anni: dall’Europa ha attraversato l’Atlantico, navigato nei Caraibi, passato lo stretto di Panama ed è arrivato fino alla Polinesia dove si trova in questo momento. Viaggia con un triplice scopo: insegnare la navigazione lenta e green «in media quattro nodi, perché spendiamo il tempo risparmiando energia» grazie a un mix di rinnovabili quali solare, vento e idrogeno; coinvolgere migliaia di persone nell’educazione ambientale e in ogni tappa organizzare incontri con governatori e politici locali per cercare soluzioni basate sul riciclo e il riutilizzo della plastica da trasformare in energia. Con loro portano le dimostrazioni di una macchina, sviluppata dalla società francese Etia, in grado di trasformare i rifiuti di plastica in gas che poi diventano energia elettrica.

I membri del team si definiscono “ambasciatori”, agenti diplomatici di quegli oceani che ricoprono il 70% della superficie terrestre e, in ogni Paese visitato, provano a stimolare autorità e intere scolaresche sulle azioni da intraprendere per combattere il degrado legato alla plastica. «In Perù ad esempio abbiamo spinto sulla necessità di adottare buste biodegradabili, in altre zone del Centro America si è affrontato il tema della differenziata che mancava o dell’importanza di salvaguardare i fiumi, dato che oltre l’80% della plastica in mare arriva dai corsi d’acqua cittadini» spiega a Repubblica Camille Rollin, project manager del “Program Act” di Race for Water. Poi ci sono azioni come la pulizia delle spiagge in cui saranno coinvolti 50mila bambini, i workshop con startup innovative sul riciclo e i contributi degli scienziati ospitati sulla nave.

A bordo dell’imbarcazione, dotata di 512 metri quadrati di pannelli solari, oltre all’equipaggio di cinque membri tra marinai e ingegneri possono essere ospitate infatti altre undici persone. «Sono spesso ricercatori che raccolgono campioni e analizzano le acque in alcune tappe, purtroppo con risultati sconfortanti» precisa Rollin ricordando che il catamarano è dotato anche di un laboratorio scientifico. In totale una ventina di persone di Race for Water si daranno il cambio ogni tre mesi per completare le 35 tappe previste fino al 2021 quando la nave tornerà a Lorient, in Francia, il luogo da cui è partita. Lo scopo finale, voluto dal capo spedizione, lo svizzero Marco Simeoni, è ispirare: far riflettere sui cambiamenti possibili, a partire da un catamarano di oltre 100 tonnellate che circumnaviga il mondo senza alcun consumo di energie fossili. «È tardi – chiosa la project manager Rollin – ma possiamo finalmente svegliarci: il riciclo e l’impegno devono partire da coloro che usufruiranno del mondo futuro, i bambini, ed è a loro che dobbiamo insegnare i modelli di sostenibilità del domani».


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Mario Calabresi
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