Le false notizie sul prete che tenta di salvare i migranti in mare



ROMA – Un titolo copiato e incollato su giornali e siti di destra per ripetere la stessa nuova falsità su padre Mussie Zerai: “Dietro il centralino sui naufragi c’è un prete eritreo”. Un chiaro tentativo di diffamazione e deligittimazione, che arriva proprio quando il sacerdote denuncia l’ennesimo abuso del regime eritreo e il rischio di un’emergenza sanitaria. Un tempismo perfetto che suggerisce legami forti tra le destre italiane e la dittatura del paese africano. La notizia, diffusa da Il Giornale, rivelerebbe che Zerai ha fondato Alarm Phone, la rete euromediterranea che raccoglie le segnalazioni dei dispersi in mare e le trasmette alla Guardia Costiere per il soccorso.

La notizia è falsa. A fondare Alarm Phone è stato un gruppo di attivisti nordeuropei nel 2014, ben cinque anni fa. “Conoscevamo l’impegno di Mussie Zerai nel salvataggio di vite in mare, per noi è un grande esempio, ma lui non ha fondato la nostra organizzazione e non ha nessun ruolo nella gestione della rete”, chiarisce Maurice Stierl di Alarm Phone, da Berlino. Il sacerdote eritreo infatti è stato candidato al Nobel per la Pace, proprio grazie al suo impegno umanitario ed è un bersaglio costante della stampa che tenta di criminalizzare la solidarietà e incitare all’omissione di soccorso. «In Italia ormai sembrano trionfare il bullismo sui più deboli e la disinformazione sulla migrazione – commenta Zerai – però quando vedo che gli attacchi raggiungono personalità molto più autorevoli come Papa Francesco mi sento in buona compagnia, so di essere dalla parte giusta».

L’inchiesta dell’Espresso sul traffico d’armi. In realtà, queste nuove aggressioni mediatiche vanno oltre la dimensione nazionale. Come già successo in passato, quando il sacerdote parla del regime di Asmara dai media della destra italiana e da quelli dei fedeli alla dittatura partono gli insulti, si moltiplicano le fake news. La connessione tra le destre italiane e la dittatura eritrea non è un mistero. L’amicizia è di lunga data, come rivelò una dettagliata l’inchiesta de l’Espresso sul traffico di armi e tangenti con esponenti della Lega. Oggi a sostenere il presidente Afewerki, accusato dalle Nazioni unite di crimini contro l’umanità, sono anche  HYPERLINK “https://www.lucadonadel.it/eritrea-vs-ong/”i siti italiani più attivi contro le ONG umanitarie. I loro obiettivi sono sempre gli stessi: Geroge Soros, Roberto Saviano, Mussie Zerai.

I nuovi abusi del regime eritreo. Pochi giorni prima di questo attacco Zerai ha denunciato alla BBC la chiusura improvvisa di ventuno strutture sanitarie cattoliche in Eritrea, per mano del governo. Un ordine da Asmara ha imposto i sigilli a ospedali e ambulatori che operavano da trent’ani in tutto il paese, lasciando decine di migliaia di persone senza cure. La decisione è arrivata dopo il rifiuto da parte dei religiosi di cedere quei centri allo Stato. Una evidente ritorsione alimentata anche dall’invito dei vescovi al dittatore dopo l’accordo di pace con l’Etiopia. Gli avevano chiesto di avviare «un processo di riconciliazione nazionale per garantire giustizia sociale» per tutti. In realtà, i cattolici sono presi di mira da tempo dal regime, che teme qualsiasi forma di influenza sulla popolazione. Sono centinaia gli attvisiti cattolici ancora detenuti nelle carceri, insieme a giornalisti e dissindenti politici. Non è un caso se le Nazioni unite e da anni denunciano la sistematica violazione dei diritti umani da parte di Afewerki e dei suoi generali.

I rischi sanitari. Nell’isolamento che l’Eritrea vive dal 1991, anno dell’indipendenza dall’Etiopia, i servizi che ospedali e scuole cattoliche offrono sono diventati indispensabili. Le ventuno strutture sigillate erano gratuite per la popolazione e gestite prevalentemente da suore. Assistevano circa 150mila persone, soprattutto donne, bambini e anziani nelle aree rurali, dove è maggiore l’esposizione ai virus. Lì non ci sono alternative pubbliche per le vaccinazioni, le analisi, la semplice somministrazione di un farmaco. L’Eritrea è uno dei paesi africani più poveri, con un’aspettativa di vita tra 63 e 67 anni e una mortalità infantile di 43 casi ogni mille nascite. Scondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il governo spende circa il 3 per cento del budget annuale per la salute, contro il 5 dell’Etiopia e il 6 del Kenya, per restare nel Corno d’Africa.

Le ragioni di tante fughe. In una situazione simile sempre più persone saranno spinte a scappare e i rischi di emergenze sanitarie aumentano. Basti pensare al virus Ebola che ha raggiunto l’Africa orientale e si sta diffondendo in Uganda e Sud Sudan, quasi alle porte dell’Eritrea. Per questo motivo Mussie Zerai aveva rivolto un «appello all’Unione Europea affinché intervenisse e assicurasse il diritto alla salute in Eritrea così come alla libertà di scelta della cura».

L’accordo di pace non ha cambiato nulla. Molti speravano che l’accordo con l’Etiopia avrebbe aperto il paese alle riforme democratiche e a una nuova stagione di libertà e di prosperità, ma finora nulla è cambiato in Eritrea. Anzi, questa ultima imposizione mostra il carattere sempre più autoritario del governo. Dopo un’apertura inziale dei confini, il passaggio via terra è stato chiuso e sono in pochi a raggiungere Addis Abeba da Asmara in volo. In Eritrea non si può avere il passaporto prima del completamento del servizio civile, che non arriva prima dei cinquant’anni. I giovani continuano a scappare senza documenti e chiedono asilo nei campi profughi dell’Etiopia, ingrossando le fila dei rifugiati insieme a sudanesi e somali. I più fortunati trovano lavoro, anche se il governo di Addis ormai ha imposto delle quote per i migranti. L’unico cambiamento finora è a vantaggio delle imprese e del governo etiopico, che sta investendo pesantemente sui porti di Massawa e di Assab, in posizione strategica sul mar Rosso. Agli eritrei resta poco, ancora meno ora con la chiusura degli ospedali.
 


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