Lethem, scrivo per abbracciare la realtà – Libri


(di Marzia Apice)
(ANSA) – ROMA, 6 LUG – JONATHAN LETHEM, ‘IL DETECTIVE
SELVAGGIO’ (LA NAVE DI TESEO, PP. 405, EURO 19,00)
“Tutto quello che scrivo viene dal desiderio di comprendere,
di abbracciare la realtà e quello che accade”: è sempre il
bisogno di decifrare il nostro vivere quotidiano a spingere
Jonathan Lethem, una delle voci contemporanee più intelligenti e
critiche della letteratura statunitense, a misurarsi con la
pagina scritta. “Mi ispira la vita reale, incontrare le persone,
ascoltare voci diverse: la mia è una guerra costante per cercare
di uscire da un mondo di astrazioni e concetti e toccare le cose
fisicamente; ma il mio stile è naturale, non è un calcolo: è il
risultato della mia personalità, della confusione che ho
dentro”, dice all’ANSA lo scrittore che nei giorni scorsi è
stato ospite alla Basilica di Massenzio per partecipare
all’evento promosso dal Parco Archeologico che ha celebrato
l’incontro tra la Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta
Sgarbi, e Letterature, il festival diretto da Maria Ida Gaeta,
dove ha letto un testo inedito.
Anche nell’ultimo libro, ‘Il detective selvaggio’, edito da
La nave di Teseo, Lethem si dedica a ciò che sa fare
magistralmente, mescolare i generi: nel romanzo convivono in
armonia un thriller, una storia d’amore, una serie di avventure
vissute da personaggi cesellati alla perfezione, il tutto legato
dalla consueta scrittura ironica e brillante, ricchissima di
potenti immagini e metafore imperdibili. Ad arricchire la
storia, non poteva mancare la pungente critica politica (nel
mirino c’è l’America all’indomani dell’elezione di Trump):
“Questo momento politico è tragico, terribile, c’è paura,
violenza, pregiudizio, sta crescendo il populismo in America e
in Europa. Ma siamo di fronte a una fantasia inesistente: ossia
quella di immaginare che basti chiudere i confini o costruire
muri per essere al sicuro, per tornare a un passato con fortezze
medievali dietro cui nascondersi”, dice, “noi scrittori non
possiamo far altro che dire la verità: dagli artisti o dagli
attivisti politici possiamo ricercare le tessere del puzzle che
abbiamo davanti, ma nessuno di noi ha in mano le risposte. Non
abbiamo mai vissuto in un mondo giusto o misericordioso ma
adesso assistiamo al palesarsi dell’ingiustizia”.
E parlando del suo testo inedito ispirato a “La Speranza e I
Classici” spiega: “È stato difficilissimo scrivere un testo che
parli di speranza e di conoscenza. Tutti noi scrittori su questi
temi abbiamo la tendenza a non sapere cosa scrivere, perché ci
sentiamo impauriti, non vogliamo esporci”. Se la speranza resta
indefinibile (“mi rifiuto di rispondere su cosa sia oggi”, dice
con un sorriso), sui classici invece Lethem ha le idee molto
chiare: “i testi diventano classici quando creano connessioni
che permettono di incontrare un essere umano lontano,
irraggiungibile. I classici non sono libri appoggiati su una
mensola, ma sono amici che ci fanno viaggiare come se fossero
macchine del tempo”.
Un’esperienza al di là del tempo e dello spazio che lui da
grande lettore ha vissuto spesso, anche grazie alla letteratura
italiana e ai suoi maestri, come “Calvino e Svevo, Ginzburg e
Levi, autori straordinari”. “Amo l’Italia, specialmente Roma. La
prima volta che sono venuto in questo paese era per partecipare
al Salone del libro di Torino: nel logo c’era una persona che
annusava un libro, sembrava volesse mangiarlo. Mi sono chiesto
se gli italiani leggessero i libri così”, racconta. “Ecco quello
è l’emblema dell’Italia: un paese in cui ci sono persone che
danno enfasi alla vita tangibile, che sono consapevoli del
proprio corpo e sanno soddisfarlo. Io poi sono cresciuto a
Brooklyn accanto a una comunità di immigrati italiani e anche
loro erano così”.
(ANSA).
   




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