L’Italia Suonata, tra storia e musica – Libri


(di Claudia Fascia)
(ANSA) – ROMA, 21 MAR – STEFANO MANNUCCI, L’ITALIA SUONATA.
   
DAGLI ANNI DEL BOOM AL NUOVO MILLENNIO (Mursia-Rtl 102.5,
pp.778, 20 euro). Storia e musica; cronaca e sette note. Sulla
carta, due binari paralleli che non avrebbero motivo e necessità
di incontrarsi; nella realtà, un filo invisibile ma destinato a
non sfilacciarsi le unisce, unisce la sfera pubblica, dei grandi
eventi, con il mondo privato di ciascuno di noi. E Stefano
Mannucci, dopo “Il suono del secolo. Quando il rock ha fatto la
storia”, torna a raccontare gli intrecci tra i fatti della
storia e la colonna sonora della nostra vita, con gli occhi
puntati all’Italia (ma senza rinunciare a qualche riferimento
alle leggende internazionali del rock).
   
“L’Italia suonata è un viaggio”, scrive Fabrizio Moro nella
prefazione che porta la sua firma. Ed è un viaggio lungo,
lunghissimo, di quasi 800 pagine, dagli anni del boom ai giorni
d’oggi, passando per molti degli eventi che raccontano al
meglio, o a volte anche al peggio, l’Italia e gli italiani. Tra
aneddoti, ricostruzioni, ricordi, trafiletti di giornali, a
volte collegamenti a detta dello stesso autore “pretestuosi”,
Mannucci “fruga nel tempo” per cercare di comprendere e capire
cosa sia successo al Paese che in 60 anni “ha perso la bussola”.
   
“Se vogliamo calarci davvero nell’insidiosa voragine della
Storia, dobbiamo ascoltare le voci dei nostri cantanti – avverte
lo scrittore e giornalista -. Senza pregiudizi: guai a fare gli
snob […], i so-tutto-io-della-materia che delimitano il
pascolo e sbuffano se provi a collegare i pezzi di un puzzle
molto più complicato di un elenco di dischi, di una serie di
sterili informazioni tecniche. No, nei suoi anni migliori la
musica italiana […] è stata un incanto. E’ la custode della
nostra memoria”.
Una storia a ritmo di pop e rock. Si parte da Domenico
Modugno e da quella voglia e quel sogno condiviso di volare
nell’Italia del dopoguerra pronta a spalancare le braccia al
boom economico come fa il cantante sul palco del festival di
Sanremo del 1958. Ma che solo pochi anni dopo dovrà fare i conti
con la tragedia del Vajont. Il ’68 è dietro l’angolo: l’onda
della rivolta parte da Valle Giulia dove gli studenti assaltano
la Facoltà di Architettura. Tra loro anche un giovanissimo
Antonello Venditti. I mesi dell’autunno caldo, che sfoceranno
negli anni di piombo, sono accompagnati dalle canzoni dei
cantautori che finiranno poi, a loro volta, sotto accusa per
essersi venduti all’industria discografica: il processo a
Francesco De Gregori, a Giorgio Gaber, a Fabrizio De André.
   
Francesco Guccini e Roberto Vecchioni si difendono con le
canzoni, Edoardo Bennato si lancia nella rissa. I conflitti
ideologici, sociali ed economici squassano l’Italia, mentre
Adriano Celentano canta “Chi non lavora non fa l’amore”. In un
Paese ancora bigotto ci si scandalizza degli amori proibiti di
Mina. Si susseguono gli anni, con il disimpegno che ha
caratterizzato gli Ottanta, la globalizzazione e l’avvento di
internet, Tangentopoli, la Seconda Repubblica, le stragi di
mafia degli anni Novanta, le contraddizioni del Duemila, tra
migrazioni, ambiente, crisi economica, disillusioni e
solitudini. Centinaia di storie, fra stragi impunite, il caso
Moro, Tangentopoli. Il cerchio si chiude (momentaneamente) con
Alessandro Mannarino che nel 2017 canta la tragedia dei
migranti. Con la musica sempre a fare da sottofondo: ai
funerali, ai cortei, in piazza.
   




https://www.ansa.it/sito/notizie/cultura/cultura_rss.xml

Leave a Reply

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi