Lo sport va (sempre più) in città, cronaca di una rivoluzione


Lo diceva anche Gianmarco Tamberi: “Lo sport deve trovare nuovi templi, va celebrato dove vive la gente”. Lo sport ha fame di città e le città hanno fame di sport. Una volta in città si correvano soltanto le maratone. Adesso non più. Non più solo quelle. C’è bisogno di vita, una vita diversa che attragga i quartieri, i turisti magari, oppure gli specialisti che scoprono nuovi scenari o gli esperti di marketing che trovano nuove vene per allettare nuovi sponsor. Prendiamo Roma, tanto per cominciare. Non ha un palazzetto adeguato per poter dire: “Fra cinque anni si terranno a Roma i Mondiali Indoor di atletica”. Però l’Eur diventa un autodromo per le macchine elettriche della Formula E. Sembrava complicato, fastidioso, oneroso. Non lo è stato.

Nel 2021, esattamente dieci anni dopo la prima volta, e con l’antipasto delle finali del World Tour il prossimo settembre, il centro di Roma tornerà ad ospitare i Mondiali di beach volley: non a Ostia, bensì al Foro Italico, che è una specie di Madison Square Garden all’aperto e con uno skyline da brividi: si può giocare a tennis, volendo a basket, volendo a beach soccer e ovviamente si possono tenere dei concerti. La città chiama l’evento perché è assolutamente imparagonabile la sua portata di potenziali appassionati, che oltretutto vengono ulteriormente stimolati dal fatto che l’evento è stato programmato a due passi da casa. Pensate alle piste srotolate a Piazza del Popolo per alcune gare d’atletica, o ai ritti del salto con l’asta con relativi sacconi o alla sabbia per la chiusura del gesto del salto in lungo. E pensate anche al poi abortito progetto di metter su campi da tennis per le qualificazioni degli Internazionali dello scorso anno, sempre lì, all’inizio di Via del Corso. A qualcuno piace questa “urbanizzazione” dello sport.

Altri non amano che il medesimo sport, quale che sia, esca dai suoi dorati recinti: “Eppure il futuro sembra proprio questo: un po’ stadi e un po’ città”, ammette sempre più spesso il presidente della Iaaf Lord Sebastian Coe. Sembrava circo quando in tempi non sospetti i responsabili dell’atletica britannica decisero di trasformare il centro di Manchester in un rettilineo per cimentarsi sui 150, distanza “spuria” ma di grande suggestione (soprattutto per chi la conosce e la corre in allenamento). Apparvero Bolt, Gay. L’asta fu disputata davanti alla Porta di Brandeburgo a Berlino, mentre pionieristica fu la scelta del Meeting di Zurigo (Il Weltklasse) di far disputare almeno una gara dentro la stazione ferroviaria, la Hauptbanhof (la prima disciplina ad uscire dal “Letzigrund” fu il lancio del peso e non deve essere stato facile per i primi viaggiatori che videro quella palla volare farsi una ragione della forte stranezza: “Andiamo via, che lanciano i sassi!”, disse una signora alla figlia, storia riportata da un dirigente della manifestazione).

Non si è ancora scelto di spostare anche il beach soccer, ma non è detto che dopo i Mondiali in Paraguay, non si possa lavorare su campi “interni” con sabbia di riporto come quella usata per il beach volley. L’incrocio città-sport è divisivo, ma funziona. Una delle prime sciate indoor della storia avvenne in Francia, sul pendio inventato di Mondeville, per volere della Federazione Europea, che allora sognava un calendario tutto suo e alternativo a quello della Coppa del Mondo. Adesso il parallelo è una festa cittadina, a Stoccolma, a Oslo, a Mosca, a Monaco di Baviera. La costante dei “city event” è che è tutto o quasi a portata di mano, a parte le macchine elettriche, che forse è meglio non cercare di toccare. L’atleta si esibisce a pochi metri dallo spettatore oppure le “manche” degli slalom sono interamente visibili dalla zona dell’arrivo, senza ricorrere allo schermo gigante. Questo porta a creare ciò che lo sport moderno tende a considerare ormai un valore superato: il contatto con la gente. Che solo marcia e maratona, negli anni, per loro costituizione, hanno conservato (in questo simili al ciclismo). Ha ragione Tamberi: “Se uno viene a vedere un meeting allo stadio per conoscere più da vicino l’atletica scopre due cose: che l’atletica non è vicina affatto e che lui così non potrà conoscerla meglio”. E magari non tornerà più. Anni fa il presidente della Roma James Pallotta disse di sognare una partita al Circo Massimo o al Colosseo. In quel caso voleva un Bayern-Roma come quello che si sarebbe presto disputato all’Olimpico: “Nun se po’ fa’!”, gli risposero. Ma l’idea di fondo era giusta. Perché non trovare uno spazio in centro per un calciotto tra le leggende della Roma e le leggende del Bayern, per esempio? Sai la gente che arriverebbe? Sport di piazza. Feste dell’unità (tra pubblico e campioni). E tutto di alto livello. Perché no?


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