Lugano, non solo banche nella patria del Merlot – Cultura & Spettacoli


Parlare di enogastronomia, di cultura alimentare e di territorio, in Ticino – che non a caso si chiama Svizzera Italiana – significa parlare di una nicchia che si è conservata, in Europa, tra l’influenza della robusta cucina continentale da una parte, quella del suo Nord, e la variegata creatività della Penisola italiana a Sud. Una cosa è certa: se prenderete per un’oretta l’auto o il treno decisi a provare la tavola svizzera e a scoprire le storie che la compongono, non rimarrete delusi. Erbe, uve, carni, dolci e tradizioni che potrete trovare vanno molto oltre la comune idea di cene luxury che una certa presenza turistica business dovuta alle banche ha rimandato indietro. Una influenza così consolidata che persino uno dei più decantati hotel del luogo, lo ‘Splendide Royale’ di Lugano, ha un ristorante che è stato denominato ‘I due Sud‘ per accostare la gastronomia del Sud Italia, appunto, e quello della ‘Svizzera del sud’ – come spiega lo chef Domenico Ruberto, calabrese di origine, svizzero di adozione – Noi facciamo ancora arrivare le spezie, come ad esempio il finocchietto, e le verdure tipiche della mia terra direttamente, creando accostamenti come il classico risotto del nord ma con la ‘nduja, o il tradizionale maialino del Monte S.Giorgio, qui vicino, con il purè al Bergamotto (ma ‘quello vero’, ci tiene a precisare da calabrese doc, ndR). Non si immaginerebbe mai, ma nel Ticino c’è perfino un’associazione di un unico piccolo paese della Calabria con 5mila iscritti, e nel paesino invece sono rimasti in 5mila!”.

Parlare di Ticino significa comunque introdursi nel paradiso del Merlot, ripassato in legno o vinificato in bianco (nel qual caso mantiene una decisa mineralità) e in “una realtà fatta di pochi produttori di dimensione industriale e centinaia di piccoli agronomi – spiega Simone Ragusa, miglior sommelier svizzero 2014 – che vinificano nell’ordine delle migliaia di bottiglie e non dei milioni, come normalmente avviene a livello internazionale”. Uno dei luoghi del vino più noti è la Fattoria Moncucchetto, una cantina parecchio speciale, a 425 metri sul livello del mare, sopra Lugano, della cui realizzazione si è occupato Mario Botta nel 2009. “I produttori storici del Luganese e del Mendrisiotto, come Gialdi, che ha vinto la medaglia d’oro 2018 per il miglior Merlot, sono una dozzina”, spiega Andrea Conconi, di ‘Ticinowine‘, la realtà associativa (e la rivista) attorno alla quale ruota la promozione del nettare rosso nel Cantone – 250 produttori e 3.500 viticoltori – ospite di Simone Ragusa, che annovera nella sua cantina, il ‘Forziere del vino‘, 130 etichette regionali sulle 600 presenti, a testimonianza che anche il luxury ha ampiamente riscoperto la tradizione.

A fianco di nomi e realtà consolidate, però, pullulano produzioni piccole e innovative, da poche centinaia di bottiglie, come quelle a cui guarda con interesse e passione un ex restauratore, oggi produttore e innovatore nel wine&food ticinese, Nicola Pagnamenta, proprietario del ‘Grotto urbano‘ a Lugano e ideatore delle ‘Cantine Lucchini‘, dove si può trovare la quasi totalità delle etichette ticinesi. O di Valentina Tamborini, la giovanissima produttrice che sta innovando la cantina di importatori e produttori di famiglia con nuove linee e nuovi concetti. La grande sfida intorno al Ceresio si consumerà infatti tra l’esigenza di conservare la grande genuinità delle materie prime riuscendo però al contempo a smarcarsi sulle idee e a fare sistema per affrontare un mondo vinicolo francese e italiano estremamente competitivi dove la massa critica non conta meno della tradizione.




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