Mamma ho perso la privacy (sui social)



Una volta erano gli album di famiglia. Venivano le zie e li sfogliavano coi nostri genitori commentando le tappe principali delle nostre vite, spesso di carattere sacramentale, battesimi e comunioni, ma anche vacanze al mare, gruppi di famiglia in un esterno, gite in barca con cattura del polpo, passeggiate in montagna con cestino di mirtilli. La festa dell’intimità e la formazione dell’identità passavano di mano in mano, di generazione in generazione. Poi vennero gli anni del super 8, filmini movimentati con nonne e nipoti, tuffi, gare di corsa tra cugini, gite a Venezia o Firenze. Un patrimonio antropologico. Seguirono le diapositive proiettate sul muro con immagini che scorrevano veloci e regolarmente si inceppavano, come del resto fanno le stagioni della vita. Con l’avvento del web, il museo dei ricordi è esploso nelle gallerie infinite dei social, espositori seriali e promiscui. 

La fotografia familiare, prima al servizio della memoria, è diventata una forma atemporale di consumo. L’unico è diventato l’identico, la cattura del tempo è diventata ripetizione, mostrare è diventato esibire. L’insegnamento femminista per cui il personale è politico, carico di elaborazione collettiva, spesso dolorosa, è stato deformato nell’ingannevole privato che diventa edonisticamente pubblico. 

Per riferirsi alla propensione di molti genitori a fotografare i propri figli, anche piccolissimi, per poi presentarli senza protezione alla comunità social come fossero gattini o pietanze estrosamente impiattate, gli americani hanno coniato un termine specifico: sharenting. La crasi apparentemente innocua tra l’azione di condividere (to share) e il compito di essere genitori (parenting) definisce un fenomeno che innocuo non è. Non lo è perché non è autorizzato dagli interessati, lascia tracce perenni e può avere conseguenze.

Come documenta il New York Times, cresce il numero dei bambini e degli adolescenti che, risentiti per la violazione della loro privacy, hanno deciso di affrontare i genitori. Su un terreno che di solito è di pertinenza genitoriale: rifletti su quello che stai facendo, proteggi la tua immagine, non abusare della rete. Si chiama “inversione di ruolo”: figli non protetti dai genitori diventano genitori di se stessi e dei propri genitori. Mettendo il dito nella piaga: perché lo fate?

Non scagliamo anatemi: lo fanno perché questo è (lasciatemi aggiungere un ahimé) lo spirito del tempo. Ciò che una volta si interiorizzava in assimilazione lenta ora si esteriorizza in espulsione veloce. Lo facciamo tutti: paesaggi, monumenti e, ovviamente, selfie vengono subito condivisi. I più discreti con parche condivisioni whatsapp, i più incalliti con spedizioni web urbi et orbi. È il mito dello sharing: annulla le distanze, estende i confini, promuove approvazioni, aumenta la convinzione di non essere soli. Tutti insieme socialmediamente. Ma i bambini dovrebbero essere risparmiati, per lo meno tutelati: se la foto del nipotino in spiaggia whatsappata al nonno è festosa e irripetibile, il videoballetto della piccina sbattuto su Youtube è vanitoso e leggermente abusivo. Di Shirley Temple, vocetta e mossettine, ce ne fu una, la notorietà precoce la ferì non poco e comunque Hollywood non è Youtube. Intervistata sul Guardian, una mamma dice che pubblica le foto dei suoi bambini per “dimostrare di essere una brava mamma”. “Se non parlo sui social dei miei figli”, aggiunge, “la gente penserà che non ne vado orgogliosa o che non passo il mio tempo con loro”. Non solo: “Una loro foto ha ottenuto trenta like … Non nego di essermi sentita orgogliosa”. 

Accompagnare la riuscita di un proprio compito con la visibilità e l’approvazione sociale è un desiderio umano. Ma, lo ripeto, i bambini vanno tutelati anche dagli innocenti narcisismi della vita quotidiana. E se quando crescono non approvano quei ritratti, se non si riconoscono in quelle identità pubblicizzate? Se una figlia si vergogna di quel faccino che il papà trova buffo? Da delicato, il tema si fa struggente quando l’esposizione del minore riguarda blog e chat pubbliche su figli con malattie fisiche o personalità problematiche. Confidenze, sfoghi e rassicurazioni richiedono l’ascolto e la protezione di uno sguardo ricambiato, non la cassa di risonanza di una genitorialità sovraesposta. 

Secondo alcuni studi, nel prossimo futuro il fenomeno del sharenting potrà avere un ruolo in casi di furto dell’identità, pedofilia online e altre minacce alla privacy e alla sicurezza. Ho letto che, secondo uno studio condotto nel 2015 dall’associazione inglese Parent Zone, un bambino attorno ai 5 anni è già protagonista di almeno mille foto postate dai genitori. Alcuni appaiono online ancora prima di venire al mondo in forma di immagini ecografiche della gravidanza. La Francia è corsa ai ripari, con una legge sulla privacy che consente ai figli, una volta adulti, di denunciare i genitori per avere condiviso immagini in rete senza il loro permesso. Ma il problema, più che giuridico, è psichico. Non dimentichiamo che, soprattutto in adolescenza, la formazione dell’identità passa attraverso la privacy, il segreto e l’autodeterminazione. 

Una tragedia degli adolescenti contemporanei è la tendenza a esporre se stessi e i propri coetanei, senza protezione, all’erosione dei social media. Un’esposizione che cancella il confine tra reale e virtuale, tra privato e sociale. Forse le nuovissime generazioni, magari più consapevoli, stanno provando a difendersi e chiedono ai genitori di non essere i primi involontari violatori del loro mistero infantile, del loro groviglio adolescente.


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