Maria Lai, il filo che lega il mondo – Cultura & Spettacoli


          Quelle che sembrano parole sono linee di filo cucito che tracimano dai bordi delle pagine di carta o di stoffa di libri suggestivi, formano grumi, matasse come lunghi capelli. Il filo cola dalle righe quasi fosse inchiostro, crea effetti misteriosi come il Senza titolo del 1981, la pagina di un elenco telefonico coperta di ciocche nere che si allungano dai nomi coperti dal ricamo. E’ il linguaggio inconfondibile di Maria Lai, uno dei tanti utilizzati dalla grande artista sarda nella sua lunga stagione creativa cominciata negli anni Sessanta. A lei, nel centenario della nascita, il Maxxi dedica fino al 12 gennaio 2020 la grande retrospettiva “Tenendo per mano il Sole”, oltre duecento lavori selezionati da Bartolomeo Pietromarchi e Luigia Lonardelli, in collaborazione con l’ Archivio Maria Lai e la Fondazione Stazione dell’ Arte di Ulassai, il paese natale di questa figura molto particolare della scena artistica italiana scomparsa nel 2013. Libri cuciti, dunque, e poi sculture con i materiali più diversi, geografie, opere pubbliche, i celebri telai, tappeti, perfino abiti da sposa che evocano riti arcaici: tutto concorre, nelle intenzioni dei curatori, a costruire un racconto completo del percorso e dell’ evoluzione di Maria Lai. “Il suo messaggio civile e artistico è importantissimo – ha osservato Giovanna Melandri, presidente del Maxxi -. Tessere è esistere, la sua è una poetica delle relazioni di cui il nostro tempo ha tanto bisogno. La sua dedizione al progetto, il palpito emotivo trasuda da tutta la mostra”. Non potevamo che essere noi in Italia,ha osservato,a raccogliere la sfida del riconoscimento che sta crescendo intorno a Maria Lai. Pietromarchi, direttore di Maxxi Arte, l’ ha definita “una delle più grandi artiste del novecento italiano” che negli ultimi anni è ha richiamato l’ attenzione mondiale. “Maria Lai diceva che l’ arte ha bisogno di tempo per realizzarsi – ha ricordato – e lei non aveva fretta.
    Sapeva che quel tempo sarebbe arrivato. Questa è la mostra più completa possibile non solo per l’ opera ma anche per il suo essere artista, l’ arte come aspetto essenziale civile, collettivo e individuale”. Era avanti su tutto, ha sottolineato, isolata dal sistema dell’ arte, convinta che l’ arte dovesse entrare nella vita quotidiana ed essere alla portata di tutti. La retrospettiva si concentra sul secondo periodo, ovvero sulle opere che l’artista creò a partire dagli anni Sessanta e che ricominciò ad esporre, dopo una lunga assenza dalla scena pubblica e artistica, solo nel 1971. “Tenendo per mano il sole” è il titolo della mostra e della prima Fiaba cucita realizzata, che riassume molti degli elementi tipici della ricerca di Lai:l’ interesse per la poesia, il linguaggio e la parola; la cosmogonia delle sue geografie evocata dal sole; la vocazione pedagogica del “tenere per mano”.Il percorso si snoda attraverso cinque sezioni. “Essere è tessere. Cucire e ricucire” documenta le prime prove degli anni Sessanta, quando lasciò la tecnica grafica e pittorica per la sperimentazione con i materiali, i primi Telai e le Tele cucite, oggetti di uso quotidiano legati all’artigianato sardo, privati della loro funzione pratica e trasformati in opere frutto della ricerca espressiva. In “Giocare e Raccontare” ecco i giochi dell’arte, riletture di giochi tradizionali. “Oggetto paesaggio. Disseminare e condividere” presenta un ampio corpus di oggetti legati a un suo universo affettivo, “Il viaggiatore astrale. Immaginare l’altrove” la serie delle Geografie, mappe astrali visionarie e fantastiche di costellazioni e universi immaginari. La quinta sezione, quella delle opere partecipative, è virtuale: è un invito ad andare ad ammirare sul posto i suoi lavori. “Maria Lai è Ogliastra, l’ universo creativo che l’ ha animata” è stato spiegato a proposito del legame profondo dell’ artista con la sua terra. Da questa mostra – è stato osservato – esce il profilo di una figura “profondamente calata nel contesto artistico, uno spirito libero aperto al dialogo, che creava opere aperte a volte riprendendolo a distanza di decenni”. L’ artista nel 1981 usò 26 km di nastro celeste per legare l’ intero suo paese, rispettando i dissapori e non escludendo i conflitti: se tra le famiglie c’ era rancore il nastro restava dritto, un nodo era la prova della loro amicizia. Infine, i nastri furono legati al monte Gedili, il più alto sopra l’ abitato. L’ operazione “Legarsi alla montagna”, ispirata ad una antica leggenda di Ulassai, è considerata il primo episodio di Arte relazionale in Italia. (Ansa).
   




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