Mauro Ferrari: “Stamina un metodo sbagliato. Ma quei pazienti andavano ascoltati”


Mauro Ferrari è stato appena nominato presidente dell’European Research Council (Erc). Dal 1° gennaio dell’anno prossimo gestirà un ente europeo da oltre 2 miliardi l’anno, lasciando gli Stati Uniti dopo 40 anni di lavoro, soprattutto nel campo delle nanotecnologie per la lotta ai tumori. Grazie ai suoi finanziamenti ai ricercatori selezionati con una serie di bandi, l’Erc è uno dei principali fornitori di “benzina” della scienza europea. La nomina di Ferrari, studi di matematica a Padova e di ingegneria a Berkeley, ha sollevato dubbi per la sua apertura di credito, nel 2014, al Metodo Stamina. “E’ il primo caso importante di medicina rigenerativa in Italia”. Così Ferrari definì il trattamento all’inizio del 2014. In seguito il Metodo messo a punto da Davide Vannoni è stato condannato in tribunale”.

Cosa pensa oggi della vicenda di Stamina?
“Quando mi fu richiesto di lavorare all’indagine su Stamina (ma l’ipotesi non si concretizzò), avevo due obiettivi: avvicinare e ascoltare pazienti e famiglie, e offrire una risposta documentata scientificamente, e conclusiva, sull’inefficacia e potenziale pericolosità di scorciatoie terapeutiche. Penso oggi quello che pensavo allora: la sofferenza devastante di quei pazienti, in gran parte bambini, e delle loro famiglie, andava avvicinata ed ascoltata. L’assenza di cure per le loro malattie terribili spiegava il disperato affidarsi a “metodi” ottenuti senza basi e rigore scientifici. Certamente il “metodo” Stamina non era la risposta alle loro tragedie”.
 
Non crede che le fake news stiano diventando un problema sempre più grande in medicina?
“Purtoppo le fake news sono un problema di importanza sempre maggiore, in tutti gli aspetti del vivere odierno, e anche in medicina. L’unico modo per combatterle con efficacia è basarsi sui fatti, sui dati, sul metodo scientifico, e nel rispetto rigorosissimo delle procedure canoniche di legge per l’approvazione di nuove terapie. Questo ho sempre sostenuto, e sempre sosterrò”.
 
Come mai ha deciso di lasciare lo Houston Methodist Hospital, l’ospedale in Texas di cui era Ceo e presidente?
“La mia esperienza allo Houston Methodist Hospital è stata magnifica e la porterò sempre nel cuore. Lì ho completato due cicli di leadership esecutiva, assumendo il ruolo di presidente e amministratore delegato di un istituto di ricerca che era appena nato, e portandolo in meno di dieci anni a più di duemila dipendenti e ricercatori clinici accreditati, con più di mille protocolli e sperimentazioni cliniche in tanti settori dell medicina, e a investimenti di ricerca di centinaia di milioni di dollari. Tra gli altri ruoli svolti, ho anche ricoperto l’incarico di vice presidente esecutivo dell’intero sistema ospedaliero, che al giorno della mia partenza comprendeva quasi 26mila dipendenti, 7 ospedali, migliaia di pazienti. Tutto questo sempre mantenendomi attivo come ricercatore con il mio laboratorio, sviluppando farmaci nuovi e ricerca di base in fisica oncologica. Dopo quasi dieci anni sentivo che era giunto il momento di una nuova fase della mia vita, di una nuova missione, di servizio alla scienza e tramite quella alla comunità globale. Resto allo Houston Methodist come advisor, per garantire continuità ai programmi di ricerca, pur senza resonsabilità esecutive”.
 
Lei è un pioniere delle nanotecnologie in medicina. Pensa che siano la strada giusta per sconfiggere il cancro?
“Ci sono tantissime forme diverse di cancro, anzi credo che quello che oggi viene chiamato “cancro” comprenda in realtà molte malattie diverse. C’è bisogno di un vasto arsenale per combattere tutte queste varianti del “cancro”: chirurgia, radioterapia, chemioterapia, terapie biologiche mirate, immunoterapia, nanomedicine, ed altre ancora che forse non sono neppure all’ orizzonte. Sono tutte importanti in situazioni diverse, non una contro l’altra, ma completandosi a vicenda”.  
 
L’intelligenza artificiale in medicina è sopravvalutata o può offrire un aiuto concreto?
“Tutte le innovazioni seguono un ciclo simile, con entusiasmi iniziali forse esagerati, seguiti talvolta da eccessiva delusione e pessimismo, per poi trovare il giusto equilibrio e le applicazioni più efficaci. Non credo che l’intelligenza artificiale sia un’eccezione a questa regola, ma non ho dubbi sul fatto che porterà sviluppi molto importanti, e reali benefici in medicina”.    
 
Non pensa che gli ambienti della ricerca di Usa ed Europa siano molto diversi? Riuscirà a orientarsi da noi come ha fatto negli Usa?
“La ricerca è in realtà molto simile, dovunque venga svolta. Il talento si trova ovunque, ed è certamente paragonabile in Italia e negli Usa. I giovani italiani in particolare sono fortissimi, molto ben preparati dalle università italiane. E’ naturale che ci siano differenze, ma sono minori rispetto alle cose che invece accomunano chiunque si dedichi alla ricerca”. 
 
Lei ha anche molti brevetti. Non corre il rischio di cadere in conflitti di interessi?
“No, perché lo European Research Council ha dei meccanismi molto rigorosi per evitare i conflitti d’interesse. La mia nomina è avvenuta dopo che le mie attività esterne sono state debitamente dichiarate, esaminate e approvate. Come tutti i dipendenti ed esperti dell’Erc, nel futuro anch’io dichiarerò le mie attività esterne prima di intraprenderle e le svolgerò solo se riceverò i dovuti permessi. Nella storia dello European Research Council, i presidenti miei predecessori hanno mantenuto le loro attività in diversi settori della ricerca ed innovazione e io farò lo stesso. Credo sia importante che si resti attivi come ricercatori anche quando si assumono posizioni di leadership, perche’ questo permette di “vivere” la scienza, il che aiuta ad amministrarla con maggiore competenza”.  


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