Migranti, dal Sahel all’Italia: il viaggio verso il mare in fuga dal riscaldamento globale


ROMA – Non fuggono solo dai conflitti tribali, dalla crisi economica e dalle persecuzioni politiche. Ma anche da “una casa in fiamme”, come direbbe Greta Thunberg, la giovane paladina svedese che lotta contro il riscaldamento globale. Da una terra arida che non produce più cibo a sufficienza per sfamarli, da temperature sempre più alte e frequenti ondate di calore a cui umani e animali non riescono a far fronte. Arrivano dalla fascia del Sahel, nell’Africa sub-sahariana, e sono i migranti che attraversano il deserto per poi raggiungere la Libia, dove si imbarcano per affrontare il mare aperto. Destinazione Italia, il ponte del Mediterraneo. Uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Research Communications mostra, infatti, che nel recente passato sono state proprio le variazioni climatiche ad aver giocato un ruolo primario nei flussi migratori provenienti da quelle zone e diretti nel nostro paese.

La fascia del Sahel. La fascia del Sahel si trova a sud del Sahara e abbraccia dieci paesi: Senegal, Gambia, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Ciad, Sudan ed Eritrea. Un’area in cui il deserto avanza inarrestabile, e la popolazione deve quotidianamente far fronte alle carestie, oltre che alla morìa di animali: la fauna africana è la prima a risentire di quella che gli scienziati hanno battezzato con il termine “sesta estinzione di massa”. Un annichilimento biologico che ha visto dimezzarsi il numero degli animali presenti sul nostro pianeta dal 1900 al 2015.

Lo studio. Per capire quanto il riscaldamento globale incida sulle migrazioni i ricercatori si sono concentrati su questo lembo di terra perché è da lì che attualmente “arriva il 90% dei migranti che sbarcano in Italia”, spiega a Repubblica Antonello Pasini, ricercatore del Cnr, e autore dell’analisi insieme a Stefano Amendola, dottorando in fisica dell’Università di Roma Tre. Mentre l’arco temporale preso in esame va dal 1995 al 2009. Una scelta fatta con il preciso obiettivo di anticipare le primavere arabe e la crisi siriana, escludendo così i conflitti recenti ed evidenziando meglio le eventuali incidenze climatiche. Gli scienziati hanno analizzato le informazioni disponibili in quel periodo e hanno sviluppato un’intelligenza artificiale in grado di stimare i flussi migratori sulla base di fattori unicamente legati al clima, come le precipitazioni o la temperatura. Così hanno scoperto che il riscaldamento globale ha un peso rilevante. Non a caso, il modello è riuscito a spiegare quasi l’80% della variabilità nelle correnti migratorie dirette verso l’Italia dalla fascia del Sahel.

L’aumento delle temperature medie. “Nel Sahel il cambiamento climatico è una concausa di conflitti e migrazioni — precisa Pasini —. La desertificazione che avanza per via del riscaldamento globale aggrava una situazione già critica. È un amplificatore e un acceleratore di problemi. Da solo non avrebbe alcun effetto, ma diventa significativo in quanto va a incidere su un territorio già fragile e su gente già stremata”. In particolare, è l’aumento delle temperature medie il fattore dominante che ha indotto queste migrazioni. Le ragioni della rilevanza sono due. “Da una parte, ha un impatto negativo sui raccolti, che si traduce in una mancanza di cibo. Dall’altra, ci fa pensare che i paesi africani siano molto vicini a una soglia di tolleranza termica, umana ed animale, oltre la quale diventa difficile la sopravvivenza”.

Il futuro dipende dalle nostre scelte. Lo studio non fa delle proiezioni sul futuro ed è difficile fare ipotesi, ma di certo non esiste uno scenario univoco. “Il riscaldamento climatico è strettamente legato al nostro stile di vita, alla deforestazione e alle emissioni di anidride carbonica. Ciò che succederà domani dipende dalle scelte che faremo”, conclude lo scienziato.


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