Migrazioni, la sindrome dell’assedio non ha riscontri oggettivi con il numero degli sbarchi


ROMA – È la sindrome dell’assedio. Ogniqualvolta una nave di una Ong, sempre meno in verità, osa avvicinarsi alle nostre coste si grida all’invasione e si invoca la chiusura dei porti. Ma la realtà è ben diversa dalla, seppur importante, percezione. Due numeri per tutti. Quanti migranti sono sbarcati in Italia e Spagna quest’anno? Rispettivamente 2.700 e 12.500 circa. Per non parlare del Paese dei record: la Grecia.

Parlano i numeri. Al di là della questione strutturale della presenza di immigrati in Italia, il fenomeno più contingente degli sbarchi da tempo è fuori emergenza. I numeri sono lì a dimostrarlo. Già nel 2018 l’Italia aveva perso il podio tra le destinazioni principali dei flussi migratori, sorpassata da Spagna e Grecia. Nel 2019 arretra ancor di più. Basta guardare gli ultimi dati targati Unhcr, aggiornati al primo luglio scorso. Ebbene quest’anno nel Sud Europa sono arrivati 35.413 migranti (un dato in calo), in gran parte via mare (27.301). Di questi, 18.294 sono entrati in Grecia, 12.522 in Spagna, 2.755 in Italia, 1.048 a Malta (ma va tenuto conto che l’isola ha solo 460mila abitanti) e 794 a Cipro. Insomma l’Italia con i suoi 2.755 arrivi nel 2019 (i dati del Viminale aggiornati al 2 luglio ne segnalano 2.784) è ben lontana da uno “stato di assedio”.

“Arrivi azzerati”. «I numeri parlano chiaro: da esattamente 2 anni, Italia non è più un Paese d’immigrazione e di asilo. Non c’è alcuna crisi di rifugiati – sostiene Christopher Hein, docente di Diritto e politiche di immigrazione alla Luiss di Roma ed ex-direttore del Consiglio italiano per i rifugiati – nelle statistiche sull’arrivo di migranti e di richiedenti asilo nel primo semestre 2019 Italia si trova tra gli ultimi posti nella graduatoria europea. La cooperazione con la Guardia costiera libica, l’accettazione del fatto che in una zona di 100 miglia dalle coste nordafricane solo le navi libiche possono operare per il presunto e di fatto non esistente salvataggio di naufraghi, l’intercettazione di barconi  da parte delle forze libiche e il respingimento di rifugiati e migranti verso i disumani centri di detenzione, l’abolizione delle operazioni dell’Unione europea per il soccorso in mare, il rifiuto di fare arrivare navi di soccorso nei porti italiani, insomma l’insieme di queste politiche ha pressoché azzerato gli arrivi. Allo stesso tempo il numero dei morti nelle acque del Canale di Sicilia, in rapporto con il numero di partenze dalla Libia e dalla Tunisia, è arrivato a più del 10 per cento, 5 volte più rispetto al 2018».

Gli emigranti italiani. «Il movimento migratorio – prosegue Hein – si è spostato verso la Spagna e la Grecia. Siamo ripiombati nella situazione che si pensava superata definitivamente in cui ogni Stato fa la propria politica nazionale per gestire un fenomeno che per definizione è internazionale e richiede delle risposte internazionali. Non solo. Le polemiche di questi giorni intorno alla nave SeaWatch3 non fanno altro che deviare l’attenzione dal vero problema che l’Italia deve affrontare: di essere diventato, di nuovo, un Paese di emigrazione. Più di mezzo milioni di italiani, in maggioranza giovani e laureati, sono andati via negli ultimi 4 anni, per un lungo periodo o per sempre, in altri Paesi in Europa o in Sud e Nord America. Ma non sembra che questo problema fondamentale per il futuro del Paese sia affrontato nel dibattito pubblico e politico».      
 


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